
La canzone sotto riportata, segue il ritmo della bellissima musica composta da Fransco Guccini, per "Il vecchio e il bambino". Il testo, scritto da Franco Gherlizza, venne proposto per la prima volta in occasione della cena sociale della Commissione Grotte "Eugenio Boegan", nel marzo del 1995. È uno delle pochi testi volutamente composto in lingua italiana anziché, come da tradizione, in dialetto triestino.
Lo speleo e l'allievo lasciaron lo scavo e andarono insieme incontro al Timavo la terra era rossa nei campi solcati e il sole giocava tra i pini bagnati.
Le grandi doline del Carso triestino portavano infisse le croci del vino costeggiava il prato il nudo sentiero e aperta la botola un gran vuoto nero.
I due discendevano, il buio cresceva, lo speleo fumava e intanto diceva che uomini forti e senza paura, lì avevan vissuto una grande avventura.
Qui Lindner ha visto per primo quel fiume passare impassibile al chiaro di un lume ha visto sè stesso coprirsi di gloria e i Grottenarbeiter entrar nella Storia.
Lo speleo diceva guardando col cuore mi vedo le torce ed il loro tremore immagino il pianto di quei scopritori dar sfogo alla gioia e lavare i dolori.
E in questa caverna fin dove si perde cadevan le gocce e l'acqua era verde, montagne di sabbia e di massi portati da piene del fiume seguendo gli strati.
L'allievo sentiva la forza del mito e il cuore batteva nel vuoto infinito, e poi disse all'altro, con voce esitante "Mi piaccion le grotte vediamone tante".