
Era il mese di marzo del 1994 quando, guidati dal responsabile della Protezione Civile locale, davamo inizio, con un primo sopraluogo, alla nostra avventura sotterranea nel Campo di Osoppo. In quel famoso giorno, noi della Sezione Ricerche e Studi su Cavità Artificiali del Club Alpinistico Triestino, facemmo conoscenza con quella fortezza che - ce ne rendemmo conto subito - ci sarebbe entrata nel sangue come il classico virus di una strana malattia.
Nel corso dei nostri rilevamenti siamo passati, alternativamente, da gallerie ad altezza d'uomo a macroscopici portali, della cui grandezza si riesce ad intuire, forse, solo parte dell'utilità. Un gigantismo che si ripropone anche all'interno ma che, comunque, è accettabile quando la galleria penetra orizzontalmente. Più difficile è, invece, immaginarlo sotto il piano del suolo, specialmente quando l'ingresso è costituito da una fortuita apertura di crollo nel terreno, larga poco più di mezzo metro.
Per arrivarci, giriamo attorno ai fabbricati denominati "Caserme alla Prova". Gli edifici sono di fattura italiana costruiti, nel primo decennio di questo secolo, in faccia alla spianata adoperata, all'epoca, come piazza d'armi. A prima vista, le caserme sembrano abbastanza a posto, anche se deteriorate dagli anni; avvicinandoci, però, notiamo che la parte superiore dei fabbricati è spostata, lateralmente, di alcuni centimetri rispetto a quella inferiore: un pericoloso gioco di equilibrio precario. E' un luogo rischioso, lo ammettiamo, ma c'è un margine ragionevole di sicurezza ed una grande fiducia nella nostra buona sorte! Ci facciamo strada tra l'intricata vegetazione che circonda il tutto e, uno alla volta e nel più assoluto silenzio, passiamo sotto un "ponte" in cemento, da noi subito battezzato Ponte del brivido.
Ancora oggi mi chiedo quale strana forza lo tiene in piedi.
Sul retro degli edifici, quasi alla base del muro, si apre, tra macerie di crollo, un piccolo buco nel terreno. Mentre ci apprestiamo a scendere, parliamo sottovoce. Nessuno lo dice apertamente ma quei muri così massicci, percorsi da mostruose crepe e ricoperti da grosse piante rampicanti - che siano quelle a tenerli insieme? - creano, effettivamente, un po' di tensione.
Un rumore di rami spezzati sopra le nostre teste, in cima al muro. Stranamente, nessuno di noi alza lo sguardo; ci limitiamo ad irrigidirci, aspettando che arrivi giù qualche porzione di casa... Niente, solo un batter d'ali: un grosso gufo, seccato dalla nostra presenza, lascia il suo rifugio sul tetto e si allontana, accompagnato dalle nostre considerazioni indubbiamente poco ortodosse.
Entriamo strisciando su materiale franato e, superato uno stretto condotto, ci troviamo in una stanza, relativamente ampia, chiusa da un muro in cima al quale, causa la curvatura del soffitto a botte, notiamo un passaggio stretto ma superabile. Un'arrampicata di un paio di metri ed il primo di noi guarda dall'altra parte. "Fissate una scaletta da passare oltre il muro." ci dice mantenendosi in equilibio sulla pancia. Gli passiamo la scala, lui la srotola dall'altra parte e sparisce. Incuriositi, uno alla volta, lo seguiamo: sull'altro versante, l'altezza del muro è triplicata, come anche le dimensioni delle altre stanze. Da numerosi indizi arriviamo alla conclusione che si tratta di enormi serbatoi per la decantazione e la raccolta dell'acqua.
Delle cisterne, quindi, nelle immediate vicinanze - guarda caso - del luogo nel quale ne sorgeva una in epoca romana.
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Cosa pensa il Club riguardo la domanda: Urbana: Speleologia sì. o speleologia no?
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