Vita da Gnomi- di Franco Gherlizza

Schnaps, lo gnomo, era molto fiero della sua inaccessibile dimora. Per raggiungerla, degli umani, avrebbero dovuto impiegare almeno due giorni, partendo dal luogo più vicino che per loro si poteva considerare "civile". Solo ogni tanto gli capitava di vedere un drappello di militari che perlustrava la zona sottostante. E da tanto tempo non riceveva più neppure la visita di un vecchio cacciatore, il quale, comunque, si era sempre limitato a guardare con il binocolo verso l'impervia parete Nord per poi proseguire sull'unica traccia di sentiero che conduceva nella valle adiacente, attraverso un'aereo passaggio costruito dagli uomini in divisa, nel corso di un conflitto che aveva coinvolto tante genti di montagna. Ma questo era successo molti anni prima ed il sentiero, non più usato dalle truppe alpine, era diventato buono solo per i camosci.

 

Ora c'era un'altra guerra in corso che però stava per terminare; lo si capiva soprattutto dal caos che regnava ovunque nel fondovalle.

 

- Come la volta precedente. - pensò lo gnomo.

 

La sua guglia, intanto, era stata dimenticata, o perlomeno era stata evitata. I motivi potevano essere tanti, ma sicuramente quello più logico era da imputare all'aspetto lugubre del monte che non era certo dei più belli e dei più sicuri della zona. L'avvicinamento, come accennato, era lunghissimo e faticosissimo, la parete Nord, sempre in ombra, era nera e spesso resa insidiosa da percolazioni d'acqua; qui il ghiaccio resisteva più che altrove ed il freddo era intenso anche in piena estate. Gli altri tre versanti potevano essere definiti senza alcun problema "marci", ed ai loro piedi lunghe lingue di detriti, che formavano ripidi ed instabili ghiaioni di roccia grigia, la dicevano lunga sulla friabilità delle pareti. Sì, bisognava proprio dirlo! Quel luogo non era un monte; era una fortezza. E lui ne era l'orgoglioso castellano.

 

Quando, settecentoventitre anni prima, gli avevano affidato la custodia di quella montagna, si era quasi messo a piangere: "Perchè proprio a me una cima così brutta!" aveva sbottato. Ma oggi... ah oggi, ne andava fiero. La sua era l'unica vetta ancora inviolata di quella catena alpina ed egli non era stato costretto, come i suoi più sfortunati colleghi, ad emigrare in luoghi dimenticati da Taranis. Cosa gliene importava, quindi, se il suo monte non era bello come il Jôf Fuart o come il "maestoso" Montasio.

 

Dovete ora sapere che l'antica razza degli gnomi delle rocce dispone di ben quattro cicli vitali in più dei loro parenti delle foreste, dei ghiacci e del mare. Essendo infatti le montagne composte da quattro versanti, i loro custodi prendono energia dal magnetismo dei punti cardinali e allora, qualora uno di essi muoia, basta che venga sussurrato nelle loro grandi orecchie uno di questi, perchè magicamente lo gnomo ritorni allo vita. Ogni volta però che avviene questa magia, lo gnomo perde il controllo di un versante del suo monte. È per questo motivo che molti dei suoi colleghi avevano visto conquistare le loro montagne da parte degli uomini; ciò succedeva regolarmente man mano che, a seguito di una loro dipartita, non potevano più difendere l'inviolabilità di uno dei versanti.

 

L'idea di dover morire per difendere il proprio monte non aveva mai attraversato la mente del nostro amico, finchè una mattina, al risveglio, vide una persona che si aggirava con fare sospetto alla base della cupa parete Nord. Dapprima pensò che fosse rispuntato il vecchio "jäger", ma poi notò con disappunto che l'uomo stava montando una tenda. Il suo terrore crebbe quando l'uomo, finito il primo compito, si affrettò ad aprire lo zaino dal quale trasse una corda, un martello, dei chiodi ed altri materiali a lui sconosciuti ma che avevano comunque un'aria sinistra, e dopo averli riposti nella tendina, si portò ad ispezionare la parete.

Per prima cosa, lo gnomo controllò bene che non ci fossero altri umani, ed una volta accertato che l'alpinista era venuto da solo, si precipitò a rotta di collo nella sua dimora all'interno del monte. La moglie, che lo vide arrivare trafelato, si impaurì non poco guardando la faccia stravolta dalla rabbia del marito.

 

- Dov'è Nagel? - chiese burberamente alla donna.

 

- Nostro figlio è sceso a valle per sapere qualcosa sulla guerra degli umani. Gli è successo forse qualcosa? - chiese poi preoccupata.

 

- No. Ma c'è un uomo sulla sella sotto la parete Nord.

 

Poi, vedendo che la moglie lo guardava con un'espressione ebete da dietro gli spessi occhiali, si affrettò ad aggiungere:

 

- Ha intenzione di salire il "Mio" monte! Per Taranis!

 

La donna trasalì come se fosse stata colpita da uno schiaffo.

 

- No! - disse portandosi una mano alla bocca - ti sbagli senza dubbio. Non può essere. A chi vuoi che importi di questo brutto, freddo e franoso monte... comunque devi fare qualcosa ...e subito! - gli intimò, indicando decisamente l'uscita della grotta con l'indice teso.

 

- Tra poco sarà buio e ne approfitterò per ispezionare il campo ed i dintorni della parete dove l'ho visto dirigersi prima di rientrare.

 

E così fece.

 

Le vette erano ancora tinte di rosso, ma la base del pilastro Nord era già al buio, come se quel luogo non facesse parte del quadro alpino che salutava il giorno. Lo gnomo, al contrario della consorte, godeva di una buona vista e notò che l'uomo si stava appartando poco distante dalla tenda, con una torcia elettrica. Si muoveva furtivamente. Stava evidentemente cercando qualcosa. Ma cosa?

 

La sua curiosità era alle stelle, ma doveva controllarsi e soprattutto non doveva scoprirsi; quindi si recò furtivo verso la base della parete. Con un ghigno di trionfo trovò una bassa costruzione a piramide costituita da pietre di varie dimensioni. Era il tipico segnale che gli uomini erigevano per indicare un percorso in montagna. "Ometti" li chiamavano questi invadenti individui senza scrupoli e senza rispetto per la natura.

 

Schnaps seguì gli "ometti" e giunse alla base della parete, dove un cumulo più alto dei precedenti segnava inequivocabilmente il punto da dove sarebbe iniziata la profanatrice scalata al monte. Voltatosi con cautela verso valle, lo gnomo individuò l'alpinista che faceva ritorno alla tenda falciando con la torcia la striminzita e gelata vegetazione della selletta, che scricchiolava penosamente sotto gli stivali dell'uomo. Attese un momento, osservando i giochi di controluce all'interno della tenda, poi, quando una velata ombra gli rivelò l'immagine dell'uomo disteso intento a leggere un libro, prese a scendere verso il masso dove l'alpinista si era prima nascosto alla sua vista.

 

Rapido come un furetto, raggiunse il limitare della sella. Da lì fino al masso il tratto era allo scoperto quindi, dopo un'ennesima rabbiosa occhiata alla tenda, procedette carponi fino a raggiungere il suo obiettivo. Girò l'angolo quasi con violenza ed una delle sue mani si trovò a contatto con qualcosa di tiepido e sgradevole. Si alzò di colpo in piedi e, al fioco chiarore della luna, si guardò la mano schifato. Aveva appena scoperto "il luogo di decenza" del rocciatore.

Con un'ululato di frustrazione, che fece sobbalzare la luce sotto la tenda, lo gnomo si precipitò imprecando verso casa. Mentre si lavava le mani, raccontò alla moglie degli "ometti" e di dove l'uomo aveva l'intenzione di cominciare la scalata.

 

- Dobbiamo fermarlo! - disse, mentre prendeva l'asciugamani che la moglie gli tendeva con espressione disgustata - E tu, Blume, devi aiutarmi, visto che Nagel non è ancora ritornato. Dobbiamo fare im modo che la sua impresa finisca sotto quell'ultimo "ometto".

- Hai già in mente un piano? - si premurò di chiedere la donna.

 

- Certo! Cosa pensi, che dorma? - rispose stizzito l'arcigno personaggio - Ascoltami bene. Per prima cosa dobbiamo portare quel grande masso, che tu volevi buttare di sotto già cinquant'anni fa - e sottolineò la frase con marcato compiacimento - sulla verticale della Parete Nord, poi metterlo in bilico in modo che tu lo possa far precipitare senza sforzo. A quel punto io ritornerò nella valle, controllerò che l'"ometto" sia sempre al proprio posto e, una volta accertato che tutto fili per il giusto verso, mi porterò sulla curva del pilastro Est, esattamente nel punto dove sale il vecchio sentiero proveniente dalla valle. Lì starò di guardia alla tenda e, appena l'uomo arriverà all'attacco della parete, sventolerò il berretto. Al segnale, tu spingerai giù il masso e il mondo avrà un alpinista in meno. È tutto chiaro? - terminò guardando di sottecchi la moglie, che aveva continuato a sferruzzare apparentemente disinteressata al machiavellico piano del marito, tenendo il lavoro a maglia ad un centimetro dal naso.

 

- Tutto chiaro. - rispose con un sospiro la femmina riponendo i ferri. - E adesso, andiamo a sistemare il "Tuo" masso e poi a nanna, se vogliamo essere svegli di primo mattino. Da quel poco che so, gli alpinisti, quelli veri, partono all'alba.

 

Quella notte nessuno riuscì a dormire sul monte. L'uomo, perchè era disturbato da un curioso e insistente rumore; se non fosse stato certo di essere solo lassù, avrebbe giurato che qualcuno stesse rotolando dei grossi massi. Cosa impossibile, si disse. Poi aveva avuto l'impressione di udire anche qualche imprecazione, ma aveva finito per dare la colpa ai rumori che salivano dal fondo valle, riuscendo alfine a riposare in uno stato di dormiveglia. Schnaps al contrario non riusciva a chiudere occhio e per la stanchezza e perchè si era schiacciato due volte la mano ed una volta la barba sotto il masso, ma soprattutto per l'eccitazione della prova che l'attendeva l'indomani. Si sentiva agitato come un generale la notte che precede una grande battaglia.

Di buon mattino, dopo aver più volte fatto ripetere il piano alla moglie, lo gnomo si recò furtivamente all'aperto. Vide che l'uomo si era appartato dietro il solito masso e provò un senso di disgusto mentre si puliva inconsciamente la mano sulla giacca. L'uomo era sparito dalla sua vista e con una rapida corsa Schnaps giunse alla base della parete.

 

Mentre Schnaps era intento a controllare il terreno alla ricerca di ulteriori indizi, il figlio, giunto in prossimità della casa, girò l'angolo del vecchio sentiero e, vista la madre sulla cengia, vicino ad un grande masso, lanciò il fischio della gracula e la salutò animatamente, sventolando il liso berretto rosso.

 

La madre puntò il naso verso il luogo del richiamo e attraverso le spesse lastre degli occhiali vide una macchia rossa che si agitava.

 

- Però, quel diavolo di un vecchio è rapido come il fulmine quando vuole. - disse tra sè e sè. E, con un "Forza Blume, fatti valere!" la donna spinse nel vuoto il calcareo proiettile.

 

Al familiare richiamo della gracula, anche Schnaps aveva alzato lo sguardo dal terreno e, visto il figlio in fondo al sentiero, tentava di segnalargli la presenza dell'uomo, che dal punto dove si trovava, non poteva vedere. Stava agitando le braccia rivolto verso il giovane, quando un'ombra scura gli si stagliò sopra minacciosa. Alzò gli occhi e fissò sgomento la massa grigia che stava rapidamente avvicinandosi.

 

Il tempo di un'imprecazione e lo gnomo era sparito sotto il monolite. Al contraccolpo, che fece tremare l'intera montagna, l'uomo schizzò fuori dal suo "bagno" con i pantaloni ancora abbassati, guardando incredulo la base della parete, dove in una nuvola caotica di polvere e di detriti, era sprofondato un notevole masso. Il luogo dove giaceva era quello che egli aveva scelto per iniziare la scalata. Soffiò fuori tutto il fiato che aveva in corpo e si appoggiò alla roccia, tremando per lo scampato pericolo.

 

Nagel stava per correre in direzione del padre, quando l'uomo apparve all'improvviso alla sua vista. Il giovane gnomo percorse l'ultimo tratto che lo separava dalla casa sotterranea e subito incontrò la madre, che scendeva le scale battendo le mani felicemente:

 

- L'ho preso!, L'ho preso! - gongolava felice.

 

Poi si arrestò e, spingendo in avanti la testa verso il figlio come una vecchia tartaruga, gli chiese:

 

- E tu cosa ci fai qui? Non eri sceso a valle?

 

- Mamma, il babbo è rimasto schiacciato sotto il masso che hai fatto precipitare dal monte. Perchè lo hai fatto?

 

- Il babbo? Ma no! L'umano è rimasto sotto il masso. Al segnale di tuo padre io ho fatto cadere il macigno e "Paff".

 

- Che segnale, mamma? - la interrogò con sospetto Nagel.

 

- Quando avrebbe sventolato il berretto, io dovevo far precipitare il masso. E così ho fatto! - rispose imbronciata.

 

- Mamma, io ti ho salutato dalla curva, non papà. Lui era ancora sotto la parete, e adesso è sotto il masso.

 

- Ohh! - fece la donna - Mi pareva che fosse giunto un po' troppo presto sul luogo del segnale. E adesso cosa facciamo? - chiese sottovoce, come per paura di farsi sentire dal marito.

- Aspettiamo che l'uomo se ne ritorni alla tenda e poi andiamo a liberare il babbo. Lo portiamo a casa, pronunciamo uno dei punti cardinali, ed egli sarà di nuovo tra noi. Semplice no?

Senza una parola, accennando di sì con la testa, la donna battè piano un paio di volte la mano sulla spalla del figlio, mentre si voltava per riprendere il lavoro a maglia.

 

L'uomo, dopo un breve sopralluogo, non si avvicinò per tutto il resto del giorno alla parete. Bighellonò attorno al campo e, quando scese la notte, si ritirò nella tenda a leggere, come la sera precedente.

 

Appena buio i due gnomi uscirono allo scoperto. Spostarono con cautela il masso trovandovi sotto il padre piatto come un tappeto. Lo arrotolarono religiosamente e lo portarono a casa. Giunti nel salotto, lo posarono a terra e lo srotolarono davanti al caminetto.

 

- Non stà poi tanto male qui. - disse Blume - Si intona abbastanza con il mobilio.

 

- Mamma! - la redarguì Nagel.

 

La donna fece una smorfia di insofferenza e lasciò al figlio l'incombenza di riportare il padre nel mondo dei vivi. Nagel si avvicinò all'orecchio del padre e vi sussurrò:

 

- Sud.

 

Una specie di nebbiolina avvolse il corpo di Schnaps e subito dopo da questa uscì il vecchio gnomo, che per prima cosa si avventò sulla donna cercando di strangolarla.

 

- Papà, è stata una fatalità, devi credermi. La mamma non ci vede molto bene e non poteva prevedere che io giungessi proprio in quel momento dalla valle.

 

La scena di lotta si protrasse ancora per qualche minuto, poi la ragione prevalse e Schnaps si acquietò, pur rimanendo imbronciato.

 

- Ho bisogno di riposare - disse scostandosi dal caminetto al quale era appoggiato, e si avviò verso la stanza da letto - A proposito, Nagel, quale versante hai usato?

 

- Quello Sud. - rispose timoroso il giovane.

 

Il vecchio annuì con la testa e scomparve alla loro vista. Gli gnomi non potevano prevedere che l'alpinista avrebbe attaccato la parete prima dell'alba e così dormirono fino a mattino inoltrato. Il primo ad accorgersi dei movimenti dell'uomo fu Nagel. Il giovane era sceso nella sella per sorvegliarlo ed invece lo individuò in parete. Aveva percorso, con evidente difficoltà, solo il primo tiro di corda ed ora si apprestava ad attrezzare il terrazzino di sosta prima di proseguire. Il martellìo sulla roccia svegliò di soprassalto Schnaps, che si precipitò a sua volta all'aperto, dimenticando addirittura di vestirsi.

 

- Maledetto distruttore di monti! - inveì l'anziano gnomo alzando il pugno verso l'uomo.

- Papà, ho un'idea. - disse Nagel e proseguì prima che il padre lo zittisse - Se lo attacchi ora, ti esponi troppo, ma se aspetti la notte, quando lui si sistemerà nell'amaca e dormirà sicuramente come un ghiro, stanco della faticosa salita, potrai facilmente tagliargli gli ancoraggi e farlo precipitare a valle.

 

Guardò con una nota di speranza il padre ed ebbe un sospiro di sollievo quando questi, finito di grattarsi l'incolto barbone, lo guardò con fiero cipiglio. Battendogli la ruvida mano sulla spalla gli concesse un "Bravo!".

 

- Farò di meglio! - sentenziò gonfiandosi il petto tronfio - Per l'occasione mi trasformerò in uno scoiattolo ed andrò a rosicchiare le corde. Così, anche se dovesse malauguratamente svegliarsi, non potrà individuarmi molto facilmente. Sarà un gioco da ragazzi.

 

Il pomeriggio venne speso all'insegna dello spionaggio. Memore del giorno precedente, Schnaps pensò bene di dispensare la moglie dall'aiutarli, non si sapeva mai.

 

Padre e figlio, a turno, tennero d'occhio lo scalatore, e quando questi, giunto circa a metà altezza, si apprestò al bivacco in parete, i due si misero a ballare dalla felicità. Tutto procedeva secondo i piani. Una volta accertatosi che l'uomo dormisse nel suo strano giaciglio sospeso nel vuoto, il vecchio gnomo pronunciò alcune parole magiche, trasformandosi in uno scoiattolo dalla coda lunga e rossastra. Uscito all'aperto, attraverso una fessura della roccia, si avvicinò all'amaca finchè udì distintamente il ronfare dell'uomo. "Devo rosicchiare un po' un capo e un po' l'altro" si ricordò mentalmente, "così quando un ancoraggio cederà, l'altro sarà talmente indebolito che farà la stessa fine del primo una volta che il peso avrà dato lo strappo decisivo".

Si portò sul lato destro del bivacco e osservò la composizione del manufatto. C'era un chiodo, nel chiodo passava un moschettone e nel moschettone era infilata un'estremità dell'amaca. L'annusò. "Cotone" si disse. Si portò nella parte superiore dell'ancoraggio, salì sopra il chiodo che assorbiva la pallida luce lunare e si chinò per iniziare a rodere i primi fili. I suoi denti incontrarono l'aria. Qualcosa di soffice, ma forte, l'aveva silenziosamente afferrato e adesso lo stava portando lontano dalla sua parete e dal suo mortale nemico. Alzò lo sguardo e vide, stagliato nel blu della notte, la silouette di un grande gufo che senza sforzo e con apparente disinteresse lo stava portando chissadove.

 

- Ehi, imbecille alato, non sono uno scoiattolo. Sono uno gnomo. Mettimi giù!

 

Poi, accortosi che avevano appena superato la cresta della montagna confinante e notando a che altezza stavano volando, si corresse:

 

- Cioè, caro vecchio e saggio gufo, non fare scherzi e riportami dove mi hai preso ...per sbaglio!.

 

Il rapace lo guardò infastidito. Non poteva mangiarsi uno gnomo delle rocce, era contro le regole, però una lezione gliela avrebbe data a quel borioso vecchiaccio. Così, superata la valle sottostante, andò a posarsi su di una cengia, dove giacevano i resti abbandonati di un nido d'aquila. Qui chiese allo scoiattolo di dimostragli se era effettivamente uno gnomo.

Il vecchio Schnaps, alquanto seccato dal contrattempo, si ritrasformò e con aria trionfante minacciò il gufo che, se l'incidente si fosse ripetuto, si sarebbe fatto un cuscino con le sue piume. L'astuto rapace sapeva però che gli gnomi non potevano mutare aspetto per più di una volta nel corso della notte, per cui, portandolo lì e costringendolo a rivelarsi, aveva raggiunto il suo scopo. Il vecchio indisponente avrebbe dovuto attendere la mattina per scendere dal monte e nel frattempo avrebbe dovuto trascorrere la notte all'addiaccio su quella scomoda cengia.

Schnaps, accortosi della beffa, scagliò alcune pietre contro la silenziosa figura che spariva planando nel nero della notte. Per sua fortuna, però, Nagel, che controllava il buon esito della missione paterna, aveva assistito con orrore alla scena della cattura e appena il gufo si era allontanato con il padre urlante tra le zampe, non aveva perso tempo e, trasformatosi a sua volta in una rondine, si era lanciato all'inseguimento del rapace.

 

Arrivò sul luogo mentre il padre, che imprecava sempre contro il gufo, stava ancora lanciando sassi nel vuoto e poco mancò che non venisse colpito per sbaglio anche lui.

 

- Torna immediatamente sul nostro monte e tieni d'occhio la situazione. Domani all'alba comincerò a scendere da qui e conto di essere a casa entro il primo pomeriggio. Tu non prendere iniziative. Aspettami e decideremo assieme il da farsi.

 

Ma il figlio conoscendo il carattere impulsivo del padre decise di attenderlo in fondo valle. Quando lo gnomo si svegliò, tutto anchilosato ed intirizzito, notò per prima cosa una grande tela che occupava per più di metà la cengia dove aveva dormito. Con le tenebre non l'aveva notata e a causa della totale mancanza di correnti d'aria, non l'aveva nemmeno sentita frusciare, come invece la vedeva e la sentiva in quel momento.

 

- Chissà che cos'è?! - si chiese curioso.

 

Si portò sul ciglio del terrazzo e sotto vide la valle semicircolare appena rischiarata dal sole nascente. Riguardò la tela. Era bianca, con un grande cerchio nero al centro. Poi la sua attenzione venne nuovamente catturata dal fondo valle. Ora li vedeva. Erano uomini che si agitavano come formiche impazzite attorno a dei fusti metallici e quei fusti mostravano rotondi occhi neri puntati verso di lui.

 

Con una sensazione di angoscia, si riparò dietro alla tela, mentre uno schiocco ed un sibilo, seguiti a catena da altri tre rumori simili, si confusero con il battere impazzito del suo cuore.

La prima granata si abbattè un metro sotto il bersaglio, la seconda invece lo centrò, come pure la terza; la quarta polverizzò la cengia. Dopo mezz'ora di questo trattamento era già molto se esisteva ancora il monte, figuriamoci un piccolo gnomo. Il figlio, che aveva assistito impotente alle manovre delle truppe alpine, si coprì gli occhi e pensò che suo padre non poteva proprio definirsi un essere "baciato dalla fortuna".

 

Alla fine della manovra delle truppe alpine, Nagel scese fino ai mucchi di detriti che si ammassavano alla base della parete e cercò, poco convinto le orecchie del padre:

- O almeno uno. - cercò di consolarsi.

 

Tutti gli animaletti del bosco lo aiutarono nella pietosa ricerca finchè un giovane gallo cedrone gli portò un'orecchio paterno nel becco. Senza attendere oltre Nagel pronunciò "Est" e per la seconda volta il vecchio Schnaps ritornò tra i vivi.

 

Si incamminarono senza parlare verso casa, mentre il cielo cominciava a coprirsi e una fredda brezza annunciava l'imminente temporale. Poco dopo si scatenò una bufera.

 

- L'unica consolazione che provo, è che quel maledetto alpinista sarà costretto a scendere a valle, oppure a bivaccare nuovamente in parete ... e questa volta!

 

Schnaps accompagnò l'ultima parola con un eloquente gesto del dito che attraversava orizzontalmente la gola. Nagel non rispose, ma si strinse ancor di più nella giacca pesante di pioggia; la sua mente era piena di tristi presagi. Le sue paure presero corpo quando, giunti nei pressi di casa, videro la faccia imbarazzata della madre, che tentava di avere un'espressione di malcelata tranquillità.

 

- Dov'è? - chiese bruscamente Schnaps, senza nemmeno salutare la donna.

 

Blume si torceva le mani e si mordeva il labbro inferiore, incapace di rispondere.

 

- Dov'é!!! - ringhiò nuovamente il vecchio gnomo, avvicinando talmente il viso alla moglie che le fronti per un attimo si toccarono.

 

Con gli occhi bassi Blume sospirò:

 

- In vetta.

 

Ci fu un silenzio irreale, pesante come una cappa di nebbia. Schnaps fulminò con un'occhiata il figlio che si premunì di rispondere

 

- Non ho usato il Nord, papà, te lo giuro!.

 

- Ed allora come si spiega? - riprese il vecchio ruotando nuovamente gli occhi e parte della testa verso Blume.

 

- È passato da Est, poco prima che facesse buio ...e adesso è bloccato sulla cima dal temporale.

 

- Ho perso - disse tristemente Schnaps - ma lui la pagherà comunque.

 

Il vecchio si era seduto di fronte al fuoco, le mani tra le mani, la testa bassa, ciondolante, e l'espressione rassegnata, tradita solo dall'intensità dei suoi pensieri.

 

- Quando inizierà a scendere, io devo essere là per tranciare la corda nel momento in cui si troverà appeso nel vuoto. Vado!

 

I due familiari lo guardarono prendere l'ascia e sparire tra le quinte di roccia, verso l'alto.

 

Appena fu chiaro, l'uomo si alzò dal suo riparo di fortuna, costituito da un poncho e dall'ormai fradicio sacco a pelo. Aveva "dormito" raggomitolato sulla corda e sui pochi materiali non ferrosi. Questi ultimi, erano stati intelligentemente allontanati dal bivacco per paura che potessero attirare qualche fulmine.

 

- Sei furbo. Ma era meglio se sceglievi il fulmine. - pensò l'infreddolito gnomo, mentre l'altro raccoglieva il materiale e si preparava a scendere.

 

Il tempo si era notevolmente guastato; pioggia, fulmini, tuoni e lampi non facevano altro che aumentare la rabbia, a stento trattenuta, del vulcanico Schnaps.

 

- Ti preparo il conto anche per tutto questo. - grugnì lo gnomo, mentre assaggiava con il pollice il filo della lama dell'accetta che teneva stretta nell'altra mano.

 

L'uomo, nonostante il nubifragio, fischiettava allegramente mentre preparava l'ancoraggio della corda doppia, ignaro dei propositi omicidi dello gnomo. Era felice per quella sua conquista solitaria. Il monte non era poi così difficile da scalare, pensò, era la sua ubicazione ad essere il vero problema. L'avvicinamento era mostruosamente duro, praticamente da fare una sola volta nella vita di un alpinista. Finito di battere nella fessura un chiodo di ferro dolce, l'uomo cominciò a filare la corda, poi infilato un capo nell'anello e pareggiate le due estremità, la lanciò nel vuoto sottostante. La corda si tese e schioccò nell'aria prima di cadere pesantemente nel vuoto, completamente zuppa d'acqua. Mentre le mani dell'uomo si muovevano sicure nell'agganciare il moschettone di sicurezza al cordino che fungeva da improbabile imbragatura, lo gnomo fremeva di impazienza osservando l'ansa che la corda compiva attorno al chiodo ad anello.

 

- Un bel colpo su quel giro di corda e .....splat! - bisbigliò Schnaps, accompagnando la frase con un colpo della mano aperta sul ginocchio.

 

L'uomo volse lo sguardo attorno, poi lo alzò contro il cielo, stringendo gli occhi, mentre la pioggia gli rimbalzava dolorosamente sul viso, quindi, sistematosi lo zaino sulla schiena, prese a scendere lentamente scivolando spesso sulla roccia viscida.

 

Lo gnomo attese che il suo ignaro rivale sparisse dalla cornice della vetta. Era tentato di farsi vedere, prima di tranciare la corda. Ma poi ci ripensò e si diresse verso il chiodo che aveva ferito il suo monte ed il suo orgoglio. Inspirò profondamente, inalando tutta l'umidità della sua giubba, quindi si posizionò deciso a gambe divaricate davanti all'armo della corda doppia, tese entrambe le mani che stringevano l'ascia verso il nodo, e, presa accuramente la mira con un solo occhio, caricò nervosamente le braccia con la tensione dell'imminente colpo. Tenne lo sguardo ben fisso sul bersaglio ed alzò le braccia al cielo.

 

Il fulmine lo centrò in pieno e Schnaps non ebbe nemmeno tempo di imprecare che era già carbonizzato. La lama, della sua ascia ormai fusa, cadde ribalzando con suono argentino sulla vetta, poi sparì nel vuoto con un frullìo che ricordava quello delle ali della gracula in atterraggio.

Nagel, dopo un attimo di sbalordito stupore, nel quale aveva visto il padre luminoso come una cometa, si avvicinò ai resti fumanti che puzzavano di pelo e di stracci bruciati. Sconsolato disse "Ovest", mentre per la terza volta in tre giorni ricorreva alla resurrezione magica.

 

Schnaps visse l'intera giornata successiva come uno zombie. Non volle assolutamente vedere nessuno dei suoi e si rifiutò di mangiare, di bere e di uscire dalla propria stanza. Voleva solamente dimenticare l'alpinista e l'umiliazione che gli aveva provocato. Ma non fu facile. Quando stava per scendere la sera, si affacciò al cornicione di roccia e scrutò il campo sottostante, dove un fuocherello rischiarava nitidamente la zona circostante la tenda. Aveva smesso di piovere già dal primo pomeriggio e l'uomo aveva approfittato del bel tempo per asciugare gli indumenti e per preparare il resto del materiale da trasportare a valle la mattina seguente. Guardava la scena del campo apparentemente senza interesse, voleva solo che quell'uomo se ne andasse. Anche la vendetta era ormai un ricordo che andava scolorendosi nella sua mente. Poi un movimento attirò la sua attenzione. Qualcun'altro era arrivato al campo. Osservò meglio e vide, seminascosta dalla tenda dell'alpinista, un'altra persona intenta a fare chissacosa davanti ad un'altra tendina più piccola, che prima non c'era. Decise di indagare. Si spostò sulla cengia quel tanto che gli permetteva di avere una veduta totale del campo.

Sebbene stesse imbrunendo, potè vedere che si trattava di una donna intenta a trafficare nella piccola tenda. La vide chinarsi nella tipica posizione di una persona che stava dando il bacio della buonanotte ad un bambino. Poi la vide chiudere la tendina, attraversare i pochi metri rischiarati dal fuoco e introdursi nella tenda dove l'uomo si era già coricato.

 

- Dev'essere la moglie dell'alpinista e suo figlio. - pensò lo gnomo, mentre il demone della vendetta stava per riprendersi il controllo del suo cuore e della sua anima.

 

Battendo il pugno sulla mano promise:

 

- Questa notte l'uomo rimpiangerà di essere salito quassù. Rapirò il suo bambino!

 

A nulla servirono le suppliche della moglie e del figlio, che cercarono in tutti i modi di dissuadere l'inferocito Schnaps dal suo intento; anzi in un certo senso, il comportamento dei familiari riuscì solo ad inasprire maggiormente la folle determinazione dello gnomo. Dopo aver minacciato gli altri due, nel caso avessero avuto intenzione di intervenire, Schnaps si trasformò in un grosso gatto selvatico e silenzioso come un gatto (è il caso di dirlo), sgusciò nella notte stellata puntando sulla tendina come il falco punta sulla preda ignara.

 

Avvicinatosi al campo, sentì uno strano odore che lo infastidì e lo rese più cauto nel procedere. Rimase per un attimo ad annusare l'aria, l'odore gli era lontanamente familiare, ma non riuscì ad identificarlo. Controllò che gli adulti fossero nella loro tenda e sentì il pesante ronfare dell'uomo, al quale rispondeva quello più sommesso della donna. Giunse alla tendina, qui l'odore era più forte.

 

- Dovrebbe lavarsi più spesso, questo bambino. - pensò il gatto-gnomo storcendo naso e vibrisse.

 

Udì un movimento all'interno e l'istinto gli consigliò nuovamente prudenza. Poi senza nemmeno rendersi conto del perchè lo facesse, Schnaps inarcò la schiena e drizzò il pelo, mostrando le zanne acuminate. Un balenio di denti bianchi e aguzzi e lo gnomo era già tra le fauci del vecchio doberman. Il clamore che seguì svegliò tutti, uomini e gnomi. L'uomo riuscì a staccare il cane dall'ammasso di peli che quest'ultimo scuoteva come fosse uno straccio sporco, solo dopo vari tentativi. Finalmente il killer a quattro zampe si calmò e la notte riprese ad essere silenziosa, fresca e stellata.

 

Al mattino, i due umani controllarono i resti dell'animale.

 

- Un gatto selvatico. - disse mestamente l'uomo alla compagna.

 

- Povera bestia. - fu il commento di quest'ultima mentre prendeva la via della valle, trattenendo faticosamente il cane che insisteva nel frugare tra i poveri resti.

 

Quando sparirono dalla curva dietro il monte, Nagel e Blume corsero al campo e videro il risultato dell'ultima prodezza di Schnaps. "Nooord", disse con un sospiro rassegnato il giovane e Schnaps si ritrovò per l'ultima volta a vivere in quel luogo disgraziato.

 

Non ci volle molto per convincere il vecchio gnomo a prendersi un lungo periodo di riposo. Senza alcun entusiasmo, Schnaps acconsentì che il figlio scrivesse ad un parente, spiegandogli le sue disavventure e annunciandogli la sua visita. L'unica condizione che il vecchio gnomo pose, era che non si fosse trattato di un parente di montagna.

 

- Foreste, ghiacci, mare, tutto va bene, ma non voglio vedere monti almeno per un secolo.

Venne così concordato che sarebbe andato da un lontano cugino, gnomo delle foreste, che abitava in un luogo tranquillo e senza montagne nelle vicinanze. Nagel, presa carta e penna, cominciò a scrivere. Quando ebbe finito rilesse la lettera al padre, che ascoltò con gli occhi chiusi.

 

- Bene! - confermò - Aggiungi ancora che sarò da lui il 6 agosto 1945, di mattina e che mi faccia trovare lo spettacolo di fuochi artificiali che mi aveva promesso, se mai mi fossi deciso a fargli visita. Io certe promesse non le dimentico!

 

Nagel aggiunse diligentemente un post scriptum con le indicazioni dettategli dal padre, chiuse la busta e compilò l'indirizzo:

 

"Al Venerabile Gnomo Sakè

Foresta del Grande Fungo Bianco

Hiroshima (Giappone)" .

 

 

Fin dalle prime origini l'uomo ha sempre raccontato le sue gesta attorno al fuoco, tramandando così tradizioni e leggende

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