Una Montagna di Leggende - di Franco Gherlizza

Salendo lungo la strada che da Chiusaforte porta a Sella Nevea sono, come al solito, preso dai miei pensieri. Ogni volta che mi avvicino al monte Canin, non posso fare a meno di pensare a quante leggende hanno ispirato questi luoghi fantastici.

 

La vettura sale senza sforzo lungo la Val Raccolana e, in breve, imbocca la curva sotto il Fontanòn di Goriuda, dal quale esce una gelida cascata ghiacciata. L'occhio nero spicca sul candore della neve e ben capisco come poteva incutere spavento ai villici che salivano, lungo atavici sentieri, verso gli alpeggi.

 

Narra la leggenda: "Gli abitanti della Val Raccolana erano perseguitati da un orco maligno che si divertiva a spaventare i viandanti attardatisi dopo l'Ave Maria ed a fare alle donne ogni sorta di cattiverie. Un uomo di Stretti, stancatosi di queste continue prepotenze, decise di vendicarsi. Caricò il fucile da caccia con polvere benedetta, un pezzo di cero pasquale, due foglie di olivo e un pallettone sul quale incise una croce; poi si mise in attesa. Quando l'orco comparve al Pian de la Sega, egli ordinò ai figli di pregare e, presa accuratamente la mira, lasciò partire il colpo dicendo: "Santa Barbara benedetta, fa che il colpo vada dritto". L'orco lanciò un urlo e arrancò, zoppicando, verso il Fontanòn: i suoi lamenti si sentirono fino a Saletto. Dopo 15 giorni uscì dalla grotta e con tre passi raggiunse la casa del suo feritore, al quale si rivolse gridando giù per il camino: "Me l'hai fatta, me ne vado e mai più mi vedrai da queste parti". Fu così che la valle fu finalmente liberata dall'orco.

 

Del resto, anche lo stesso nome di Goriuda potrebbe derivare dai "guriùz", nani trogloditi che, nelle leggende friulane, abitano nelle forre e nelle grotte.

 

Sono ancora rapito dalla fantasia quando la vettura si ferma. Siamo giunti a Sella Nevea e, per proseguire più speditamente, prendiamo la funivia, finché, usciti dalla stazione superiore, entriamo nell'aria frizzante dei 2000 metri.

 

Quassù il tempo sembra essersi fermato alla fine dell'ultima glaciazione. Il paesaggio ha un non so che di misterioso e austero; non un albero, non uno specchio d'acqua, niente di ameno come in tanti altri luoghi di villeggiatura delle valli circostanti. Solo buchi e fratture che, in netto contrasto con la bianca roccia calcarea e la neve, ti osservano da ogni dove. Un paesaggio lunare, insomma, come ha scritto qualcuno. Eppure, nonostante la sua scabrosità e la sua severa bellezza, il Canin emana un fascino unico, che ti entra nel sangue e ti ammalia. In breve, ti senti conquistato e inizi ad amare la tormentata maestosità delle sue forme.

 

Seguendo un rito antico, incomincio a guardarmi lentamente attorno e a riconoscere, come vecchi amici, i luoghi che mi circondano: Ursich e Bila Pec alla mia destra, Poviz, Leupa, Prevala alla mia sinistra. Davanti, la vista è attratta dall'inconfondibile sagoma del monte Forato, che sembra ricambiare lo sguardo attraverso la caratteristica finestra che lo buca da parte a parte.

 

Non posso fare a meno di pensare che anche questo fenomeno naturale ha un suo riscontro nella leggenda: "Un montanaro, andò con le sue figlie a raccogliere lamponi in un bosco ai piedi del monte Canin e, colto dall'oscurità incombente, pensò di rifugiarsi in una caverna. Presto il silenzio notturno fu rotto dai rintocchi lontani delle campane e i gufi cominciarono a mandare i loro sinistri richiami. All'improvviso si levò un terribile baccano; urla, fragore di catene, cozzare di picconi e di pietre che rotolavano dall'alto. Erano le anime dei dannati che prestavano il duro servizio a cui erano state condannate. Dal grande foro sul monte il diavolo controllava il lavoro delle sue vittime. L'uomo e le ragazze erano sempre più impauriti e scossi da gelidi brividi. Quel terribile concerto continuò, finché il canto del gallo cedrone annunciò il mattino; poi scese il silenzio e i dannati disparvero nella parte rocciosa del Forato, la dimora del diavolo, in cui sono confinati durante il giorno."

 

Salutati gli amici gestori del rifugio Gilberti, iniziamo la salita verso Sella Bila Pec dove, in poco più di mezz'ora, il nostro sguardo può vagare liberamente sulla brulla distesa dell'acrocoro caninico.

 

A detta dei valligiani, anche la desolazione di questi luoghi è opera del diavolo. Nelle leggende della Val Resia e della Val Raccolana questo altipiano era il luogo di tormento delle anime dannate e i vivi vi potevano trovare solo disgrazie. Quando non bastavano le dicerie, ad accrescere il timore di una presenza infernale in zona, contribuiva l'accanimento dei temporali e la loro inspiegabile violenza. Prova ne sia che certe relazioni alpinistiche del secolo scorso narrano di portatrici (a quei tempi piuttosto di moda) che, attendendo il ritorno degli esploratori, pregavano in continuazione per tenere lontani gli spiriti maligni.

 

Spiriti, streghe, demoni o quant'altro si voglia, per noi, l'unica cosa sicura è che dobbiamo attraversare quel deserto di neve e roccia per raggiungere la nostra destinazione: il Foran del Muss.

 

La marcia di avvicinamento sul sentiero da poco innevato non risulta comunque tanto tragica: i sacchi con il materiale speleologico sono già stati lasciati all'ingresso della grotta la settimana scorsa, durante un sopralluogo per verificare la possibilità di accedere ai vani sotterranei dell'abisso Giovanni Mornig. Comunque procediamo con cautela perché, vista l'ora mattutina, il ghiaccio copre ancora parte delle rocce nei punti in cui il sentiero è ancora in ombra.

La giornata promette bene, ma chiunque conosca il monte Canin sa che il tempo qui può cambiare in un batter d'occhio. Siamo in quattro: Mauro, Moreno, Lorenzo ed io. Il programma prevede che si debba recuperare le corde dal fondo e risalire fino a circa 200 metri di profondità, dove una nuova galleria aspetta di essere esplorata. Mauro nutre delle perplessità per la mia partecipazione all'esplorazione, non perché pensa che non ne sia all'altezza, ma perché a suo avviso avrò dei problemi nel passare la strettoia a -120: non gli sorride quindi molto l'idea che, mentre loro proseguono per il fondo, io debba ritornare da solo al bivacco. Vedremo!

Giungiamo al bivacco Elio Marussich in Sella Grubia con i primi raggi del sole. Qui, dopo una breve colazione a base di the e "Muesli", ci cambiamo gli abiti da alpinista per indossare quelli da grottista. Un controllo all'attrezzatura, il pieno alla lampada a carburo e giù per la costa del Pic di Grubia per raggiungere dapprima al vecchio campo base, che il Club Alpinistico Triestino ha usato dal 1974 al 1984, e poi alla sommità del Foran del Muss dove, a poca distanza, si apre l'algido ingresso dell'abisso.

 

Mentre i miei compagni controllano ancora una volta il materiale, salgo sulla soprastante quota 2036 e mi guardo attorno. So già cosa cerco.

 

Lo sguardo si posa prima sul monte Sart e poi sullo sperone della Punta Rop alla cui base c'è un anfiteatro roccioso quasi inaccessibile; sono anni che vorrei andarci, ma non ne ho mai avuto il tempo e l'occasione. L'anfiteatro ha anche un nome: i valligiani lo chiamano Calderino Robel e, naturalmente, anche su questo luogo aleggia una leggenda.

 

"Il Calderino era un tempo una meravigliosa conca fiorita, dove si raccoglieva, in grande quantità, un ottimo foraggio. La bellezza del luogo suscitò l'invidia delle streghe del Canin che, in un giorno, distrussero il giardino alpestre trasformandolo in una landa di roccia desolata. Anche i sentieri che salivano dalla valle furono cancellati, ma i montanari, pazientemente, li riadattarono per un buon tratto, lastricandoli con croci di pietra bianca. Molti anni dopo un cacciatore di Sotmedòns osò tornare nella conca e, nel fervore della battuta, fu sorpreso dalla sera. Subito apparvero in turbine le streghe che, incalzandolo da ogni lato, cercarono di farlo precipitare nelle voragini che si andavano aprendo intorno a lui (e che tuttora si possono vedere). Quando il malcapitato stava ormai per soccombere, il suo piede montò sopra una delle croci; le streghe si dileguarono all'istante ed egli potè ritrovare la via del ritorno".

 

Un sordo rumore mi distoglie dalle mie fantasticherie. È Moreno che, con una pala, lavora nella neve che occlude l'ingresso con l'intento di rendere il passaggio più "umano". Anche così, resta sempre necessario strisciare, tra ghiaccio e roccia, per infilarsi nella stretta e bassa condotta che caratterizza la prima parte della grotta.

 

Uno alla volta cominciamo ad entrare nel cuore della montagna e, in breve, giungiamo ad una vasta caverna dove il suolo è abbondantemente coperto da grandi massi di crollo. Qui e là si sente qualche pietra che, liberata dalla morsa del ghiaccio, cade dalla volta o dai camini intasati dai detriti.

 

I primi due sacchi giacciono alla sommità del pozzo successivo; gentile omaggio di quelli che ci hanno preceduto la settimana scorsa. Continuiamo a scendere e Mauro, sempre un po' preoccupato per la mia presenza, mi rimane dietro, nel caso dovessi avere bisogno di un aiuto per disincastrarmi.

 

Giungiamo al punto critico: Moreno passa senza dare l'impressione di aver appena superato una strettoia, ma Lorenzo, pur riuscendo anche lui a passare agevolmente, scuote la testa guardandomi.

 

Tento ugualmente, come San Tommaso.

 

I primi metri sono stretti, ma non terrificanti; poi la trappola lentamente si chiude. Il budello verticale perfettamente levigato e schifosamente infangato si stringe sempre di più attorno alla mia persona fino a bloccarmi. Forse solo liberandomi completamente dell'attrezzatura potrei avere qualche possibilità, ma, visto che sotto il pozzo continua per altri 80 metri, non mi sembra il caso di compiere manovre azzardate.

 

Con l'appoggio dell'unico compagno rimasto dietro di me, riesco a disincastrarmi e a guadagnare centimetro su centimetro la libertà di movimento fuori dalla strettoia. Niente da fare: il vecchio Mauro, purtroppo, aveva ancora una volta ragione e non mi rimane che rinunciare.

Risalgo i pochi metri che mi separano dall'orlo del pozzo e prendo accordi con Mauro per il giorno dopo. Concordiamo che risalendo verso l'uscita mi accollerò i due sacchi rimasti più in alto e li trasporterò fino al bivacco, dove attenderò il loro arrivo per la mattina seguente.

Dev'essere ormai il mio destino di grottista quello di limitarmi a curare la parte logistica delle uscite. Peccato!

 

Una stretta di mano e, con rinnovata invidia, rimango a guardare il fisico asciutto dell'amico che si fa beffe dello stretto passaggio. Attendo che la luce scompaia e che la corda su cui è appeso il compagno cessi di vibrare, dopodiché, salutati mentalmente i tre amici, mi avvio verso l'uscita.

 

Dal fondo, lontano, arriva un canto ovattato: "Essa mi pare una testa imbecille", ritornello, tipicamente triestino, con cui quei tre balordi mi salutano a modo loro prendendomi, naturalmente, per i fondelli.

 

In un paio d'ore sono all'aperto. Come già detto, in Canin, capita spesso che il tempo cambi con la massima velocità e la conferma mi viene già a pochi metri dall'uscita. Fuori non si vede più il cielo limpido e azzurro di prima, ma un turbinio lanuginoso che annuncia solo una cosa: nebbia. La peggior sorpresa che mi si poteva riservare. Già esco col morale a terra, per la mancata performance ipogea, ora ci mancava solo la nebbia!

 

Mi illudevo di poter raggiungere il bivacco prima che facesse buio e, magari, di riuscire anche a scendere alle Forchie di Terra Rossa per prendere un po' d'acqua che, all'indomani, i tre amici avrebbero gradita come se fosse stata birra alla spina. Invece dovrò prestare attenzione alla strada che percorrerò perché, anche con pochi metri di deviazione, puoi trovarti tutto dall'altra parte del monte; non sarebbe la prima volta e, temo, non sarà neppure l'ultima.

Raccolgo i sacchi di materiale. Il pvc con il quale sono costruiti è gelato e perle di umidità si stanno rapidamente formando sulla loro superficie. Anche la tuta, che dovrebbe essere traspirante, non svolge più la sua funzione, e per di più i capelli, sotto il casco, cominciano a grondare sudore e a prudere fastidiosamente.

 

Mi guardo attorno attentamente. Bene, nella piccola valletta c'è ancora qualche metro di visibilità. Mi porto, con una breve arrampicata, sul ciglione del Foran del Muss e rimango fermo ad ammirare il presunto panorama. Fantastico, visibilità poco meno di zero, l'ideale per una scampagnata. Inoltre il perfetto connubio tra neve e nebbia non lascia scampo; tutto risulta perfettamente piatto.

 

Lentamente l'udito viene ovattato dal fastidioso rumore del nulla, accompagnato dalla sensazione di impotenza che opprime chi deve operare delle scelte, senza però sapere cosa fare. Rimanere qui è impensabile; sudato e infreddolito come sono, non rischio certo di morire, ma con il calare della notte un accidente me lo piglio di sicuro. Quindi, bisogna andare, a costo di dover camminare a vuoto fino a domani mattina, naturalmente sperando che nel frattempo la nebbia svanisca o perlomeno si diradi un po'.

 

Inizio a seguire, con non poca difficoltà, il filo della cresta in direzione del Bila Pec. Qui, da qualche parte, dovrebbe esserci una fenditura nella roccia che porta alla cengia inferiore. Passo dopo passo, cerco di ricordare ogni piccolo particolare del colle, mi sforzo di risvegliare nella mente i ricordi di vent'anni di spedizioni speleologiche su questo monte, mi appiglio ad ogni sensazione di "deja vue" pur di riuscire nell'intendo di raggiungere, indifferentemente per quale percorso, il bivacco Marussich.

 

Ecco, ce l'ho fatta! Lo stretto passaggio verticale è a pochi metri da me. Lo riconosco dal gruppo di stelle alpine che all'epoca avevamo eletto a "giardino pensile sociale", onorandolo persino di un piccolo cordolo di sassetti per delimitarne il perimetro. Ora mi ritrovo a ringraziare chi, all'epoca, ha perso del tempo in stupidaggini del genere e giuro che, in futuro, mi farò promotore di iniziative analoghe.

 

Scendo per una decina di metri, che mi divide dal tratto sottostante, bagnandomi abbondantemente sulla vegetazione brinata. Bene, il primo tratto è fatto. Ora devo procedere, in direzione sud, fino alle rocce rosa e, da qui, lungo la stretta dorsale erbosa, giungere al vecchio campo base del CAT.

 

Facile a dirsi! Questo tratto che, con un tempo decente, avrei percorso in meno mezz'ora, mi fa perdere un paio di ore e qualche litro di sudore. Mi siedo, alquanto teso, alla base del grande masso che porta ancora dipinti gli stemmi e le date delle nostre precedenti spedizioni. Sembrerà stupido, o forse infantile, ma l'aver raggiunto questo luogo tanto familiare mi dà un senso di sicurezza e di protezione. Vorrei non dovermi staccare da questo luogo, vorrei che sotto il masso ci fosse ancora il grande bidone di plastica con dentro la mia "Morettina" per due persone che tenevamo sempre pronta sul luogo "per un mal de note". Con l'installazione del bivacco Marussich, sulla sovrastante Sella Grubia, non aveva più scopo mantenere in efficienza il campo e così tutto il materiale era stato spostato in bivacco o, come nel caso della tenda, riportato a Trieste.

 

Sta rapidamente calando la sera e con essa il freddo umido che ti penetra nelle ossa. Accendere fuochi quassù è praticamente impossibile sia perché i primi pini mughi si trovano solo sul versante che dà sulla Val Raccolana, sia perché tutto è talmente fradicio che neppure la fiamma della mia lampada a carburo potrebbe asciugare qualche scampolo di legno trovato sotto la neve. Non rimane quindi che proseguire.

 

Mentalmente ripercorro il tracciato che dal campo base porta al bivacco: diritto ancora a sud, fino alla grande frana gialla sotto il Pic di Grubia, e poi a est, seguendo rigorosamente la base del picco fino alla sella e al bivacco. Ora che il buio è quasi totale gli occhi cominciano a farmi male; la luce della fiamma sul casco rende ancora più ovattato il paesaggio circostante. D'altra parte non posso nemmeno continuare al buio, visto che la luna non riesce a penetrare la fitta coltre nebbiosa.

 

Mi fermo alla base della frana gialla e mi riparo sotto un masso con la speranza di potermi riposare un poco. Scaldo le mani sulla lampada a carburo e, almeno momentaneamente, usufruisco di quell'effimero tepore. Ma quanto durerà? Sono ormai quattro ore che è accesa e presto dovrò rinunciare al suo confortante calore. Poi potrò fare affidamento sulla lampada elettrica, ma con quella è molto improbabile che riesca a scaldarmi. Resto ancora un poco immobile sotto il masso; chiudo gli occhi e respiro a fondo. Forza!

 

Mi alzo in piedi e, contemporaneamente, la fiamma della lampada si affievolisce per poi spegnersi del tutto. Accendo la luce elettrica, mi risiedo ed apro la lampada. Dentro è tutto una poltiglia di carburo; rovisto con il dito rischiando di ustionarmelo, ma non c'è più nemmeno un pezzettino intero da poter riciclare. Amen, richiudo la lampada e mi rassegno.

 

Decido di abbandonare i due sacchi di materiale perché, conoscendo bene il luogo, potrò ricuperarli senza problemi all'indomani. Mentre sistemo il materiale sotto il masso, noto sulla destra, in alto, un fioco bagliore. So per certo che, ad un centinaio di metri dalla frana, c'è una caverna di discrete dimensioni. Guardo davanti a me, in direzione del bivacco, e un muro di nebbia fagocita il bianco fascio di luce. Mi volgo quindi di nuovo a destra: il bagliore persiste e, inspiegabilmente, mi infonde un senso di tranquillità.

 

In quella direzione la nebbia è più rada e il percorso più evidente. Riesco persino a vedere, un po' di metri più avanti, un ometto di pietra che io stesso ho eretto l'anno prima per segnare il percorso che bisogna seguire per raggiungere la "sorgente" in Forchia di Terra Rossa e la grotta A12.

 

Bene, forse qualcun'altro, colto all'improvviso dalla nebbia, è riuscito a ripararsi nella caverna; se non altro avrò compagnia. Avanzo con cautela sul terreno reso viscido dall'umidità e, girata la costa del monte, sono in vista della caverna.

 

Effettivamente, dall'interno esce un fioco bagliore contro cui si staglia la pallida silouette di una figura in piedi sull'ingresso. Salgo, sollevato, verso l'imbocco e, quando sono a pochi metri, vedo che la figura intravvista prima appartiene a un militare di guardia all'ingresso dell'antro.

- Ahi, ahi -penso tra me e me - qui col piffero che mi fanno entrare!

 

Continuo comunque a salire e, per sicurezza, cerco di farmi riconoscere, sperando che il piantone non sia un tipo nervoso. L'uomo non mi risponde, sembra che neanche mi veda; guarda fisso davanti a sè e si tiene rigidamente eretto appoggiandosi al fucile. Mi avvicino con circospezione e rimango stupito nel vedere che l'abbigliamento del militare è, a dir poco, fuori moda. Che le truppe alpine abbiano cambiato il loro "look"? Che strano! Avrei giurato che gamasse e mantellina non fossero più in uso dalla prima guerra mondiale.

 

Sono troppo attratto dalla sicurezza che quella caverna può offrirmi per crearmi dei problemi di estetica. Mi fermo davanti all'alpino di guardia e, con un po' di soggezione, gli spiego che mi sono perso, che sono stanco e bagnato e che vorrei passare le ore notturne con loro, se l'ufficiale lo consente. Quando finisco, ho come l'impressione di aver parlato da solo. Il militare continua a non degnarmi di uno sguardo mentre fissa lontano chissà che cosa.

 

Non poco perplesso, gli passo davanti e getto uno sguardo all'interno della caverna. Resto praticamente allibito nel vedere il fermento che ne anima l'interno; una quarantina di alpini, tutti vestiti all'antica come la guardia, stanno svolgendo varie mansioni. Mi volto, ancora una volta, ad osservare il piantone che continua ad ignorarmi. Un ufficiale mi viene incontro e mi indica un angolo della cavità dove, su di una banconata calcarea, è stesa una coperta militare.

 

Mi presento, tendendo la mano, ma l'uomo si limita a sorridermi, non parla e mi indica ancora il giaciglio. Penso che, visto il maltempo, non abbia il coraggio di ricacciarmi all'esterno e, non potendo familiarizzare con un "civile", si limiti ad essere cortese. Forse, proprio per questo motivo, nessuno mi parla; ...i segreti militari!

 

Accetto per buona questa ipotesi e, di conseguenza, è meglio che eviti di procurargli dei problemi. Avevo bisogno di un rifugio e l'ho trovato, per cui mi libero velocemente della tuta bagnata lasciando il posto alla sottotuta in "pile" che comincia a fumare. Controllo se qualcuno mi guarda, ma tutti sono impegnati a fare qualcosa. Comincio a sentirmi a disagio. Ho la sensazione di essere fuori luogo e mi sento un intruso, pur non facendo nulla di male.

Poi, mi accorgo di un'altra cosa strana: non si sente nessun rumore. Eppure c'è chi prepara da mangiare, chi si appresta a dormire, chi si prende cura delle armi. Nessuno parla e nessuno emette il minimo rumore; mi sembra di essere ritornato nella bambagia della nebbia.

Anche il fuoco acceso verso il fondo è strano, dà calore, ma non c'è fumo e non c'è il rassicurante scoppiettìo della legna che brucia.

 

L'ufficiale, come se avesse intercettato i miei pensieri, si avvicina nuovamente e, con un sorriso sofferto, mi porge un'altra coperta per poi tornare in silenzio assieme agli altri. Che abbia voluto farmi capire di non curiosare? Decido di farmi i fatti miei e di mettermi a dormire, ma, mentre sto per coricarmi, il graduato ritorna da me ed appoggia per terra una gavetta con un liquido fumante che profuma di caffè.

 

Lo ringrazio e bevo subito il corroborante liquido che il mio organismo accetta con gratitudine. Ripongo la gavetta a terra, ma quando sto finalmente per stendermi e apprestarmi all'agognato riposo un botto improvviso lacera il silenzio, finora opprimente, subito seguito da altri.

Non sono tuoni quelli che sento, sono deflagrazioni d'artiglieria. Mi alzo di scatto e cerco di guadagnare l'ingresso, ma l'ufficiale mi si para davanti e mi invita a tornare nel mio angolino. Gli chiedo se è in corso qualche manovra dell'esercito, ma l'uomo si limita ad indicarmi la coperta, con un gesto silenzioso, ma che non ammette repliche.

 

Con un po' d'agitazione in corpo, mi distendo nuovamente e provo a chiudere gli occhi. Una sensazione di pace e benessere mi pervade quando alle orecchie, ma, giurerei di più nella testa, mi giunge il coro degli alpini che stanno intonando, sottovoce, una delle loro belle canzoni.

L'atmosfera, attorno a me, si fa calda e accogliente. Avrei voglia di alzarmi e di aggregarmi al loro canto, ma quando volgo lo sguardo agli alpini che stanno cantando, ho come l'impressione che nessuno muova le labbra. Il solito ufficiale si gira verso di me e mi fa un cenno di assenso con il capo. Mi copro per bene e rimango sospeso tra sogno e realtà, cullato da quella avvolgente melodia che, adesso, occupa completamente ogni mio pensiero; ...in breve mi addormento.

 

Un raggio di sole entra dal largo portale d'ingresso e illumina l'altra parete della caverna. Stiracchiandomi e guardando il soffitto penso di aver mai dormito così bene in vent'anni di Canin. Nemmeno in bivacco. Faccio per scostare la coperta, ma mi accorgo di non averla più addosso. Mi volto sull'altro fianco e guardo intorno; non c'è più nessuno. Se ne sono andati via tutti senza svegliarmi ed io, naturalmente, non li ho minimamente sentiti; devo aver dormito come un sasso.

 

Osservo un po' meglio l'ambiente e lo sguardo si posa sui resti di una vecchia gavetta che giace, ruggine, ai miei piedi. La raccolgo. È ridotta piuttosto male. Il fondo è quasi consumato e alcuni minuscoli fori fanno passare la luce quando la osservo contro lo specchio dell'ingresso. Mi alzo e controllo il luogo dove ho dormito: in un anfratto della roccia rimane un brandello di coperta che, una volta raccolto, si sbriciola tra le mani.

 

La curiosità mi fa avvicinare al luogo dov'era acceso il fuoco. Sul terreno non ci sono né il cerchio di pietre, né le ceneri, né i resti di legna carbonizzati. Il suolo, in quel punto, è costellato da un velo congelato di neve dal quale spunta qualche corta stalagmite di ghiaccio. Alzo gli occhi al soffitto e respiro a fondo. È tutto annerito, ma non dal fuoco della notte precedente. Mi sento, a dir poco, frastornato. Frugo ancora un po' nel terreno semi-ghiacciato e dalla terra escono alcune suppellettili militari. Un coltellino a serramanico, resti di scarponi chiodati, fibie di vecchi zaini militari, molte scatolette di carne usate e i pezzi scomposti e marci di un elmetto modello "Adrian".

 

Esco dalla caverna e rimango esterefatto. Sulla neve all'esterno sono impresse le orme di una sola persona. Le mie! Della quarantina di alpini usciti dal riparo neanche un'impronta sul, pur sottile, manto nevoso. Ancora incredulo, guardo verso la vallata sottostante e vedo nitidamente il percorso che ho compiuto il giorno precedente per giungere fino a qui. È indubbiamente il percorso di un ubriaco; con illogici saliscendi per aggirare ostacoli, in parte, immaginari.

Beh!, l'importante è stato riuscire, bene o male, a trovare un ricovero. Un ricovero. Mi volto, ancora una volta, a guardare verso l'interno della caverna. Il raggio di sole che incomincia a penetrarvi mostra pareti levigate dall'acqua e un pavimento in parte ghiacciato. Adesso non mi sembra più il confortevole riparo nel quale ho appena trascorso la notte; eppure lo è stato.

La tuta è ancora fradicia e con addosso soltanto la sottotuta in "pile" esco e seguo le mie tracce fino al masso che si trova sotto la grande frana gialla. Lì sotto, i due sacchi brillano per il sottile strato di brina che li ricopre e che mi provoca un brivido di freddo quando me li devo caricare in spalla.

 

Inizio a risalire seguendo la base delle pareti del Pic di Grubia e, in poco più di un quarto d'ora, sono davanti al bivacco. Apro la porta. Naturalmente è vuoto; gli ultimi a passare di qua, siamo stati noi, ieri. Sistemo un po' l'interno e mi porto sulla banconata calcarea che dà sulla conca sottostante.

 

Tra poco i miei compagni dovrebbero apparire sul filo di cresta del Foran del Muss e infatti, come evocate dai miei pensieri, tre figure si stagliano lontane contro la neve che ricopre uniformemente il pianoro del Montasio. Tra poco meno di un'ora saranno in bivacco.

Cerco di non pensarci troppo, ma non vedo l'ora di raccontare agli amici quello che ho passato durante la notte. Rientro nel bivacco e preparo un thè piuttosto forte, con "correzione", naturalmente. Quando entrano, sono visibilmente stanchi e accettano molto volentieri la bevanda e, ancora più volentieri, la "correzione". Mentre si dissetano racconto loro le mie vicissitudini ma, ammesso che mi stiano ascoltando, mi liquidano con un "quanto hai bevuto stanotte?". Devo rassegnarmi. Com'era prevedibile, non mi credono.

 

Mentre prepariamo gli zaini per il ritorno cerco più volte, inutilmente, di tornare sull'argomento. Un paio d'ore più tardi siamo in vista del Rifugio Gilberti e, dopo alcuni minuti, entriamo, accolti dal gestore che, vedendoci scendere da Sella Bila Pec, ha ben pensato di prepararci un angolino accanto alla stufa, dove ci sistemiamo con gratitudine.

 

Mentre aspettiamo che la moglie apparecchi per il pranzo, Tonici offre una delle sue insuperabili grappe, "tanto per stimolare l'appetito". Come se ce ne fosse stato bisogno! I miei amici immediatamente lo sconsigliano di darmi da bere ricordando, sarcastici, le allucinazioni della notte precedente. Il gestore però, valligiano di Resia e cultore di tutte le storie e leggende che riguardano i monti della sua terra, insiste perché, mentre mangiamo, gli racconti la mia avventura.

 

Tra i lazzi degli altri, che insistono nel darmi dell'avvinazzato, inizio a narrargli la mia storia. Toni mi segue attentamente ed è visibilmente interessato e pensieroso, tanto che anche gli altri, a un certo punto, smettono di ridere. Quando finisco, rimane per qualche secondo silenzioso finché, sistemandosi meglio sulla sedia, ci chiede che se abbiamo voglia di ascoltare una vecchia storia di quei monti.

 

- Un mio anziano parente mi raccontava, da bambino, che questa storia ebbe inizio con la dodicesima battaglia dell'Isonzo. Era il 24 ottobre 1917. Quel giorno, con un rombo terrificante di artiglieria, sulle linee italiane della conca di Plezzo si abbattè il fuoco di preparazione più micidiale che, a detta dei veterani, si sia mai ricordato su tutto il fronte. In poche ore la brigata Friuli venne semidistrutta; vennero interrotti i collegamenti e la visibilità diventò praticamente nulla a causa anche del maltempo. Le truppe che difendevano il monte Rombon rimasero isolate e, per evitare l'accerchiamento, dovettero ripiegare velocemente su Sella Prevala. Lo spostamento delle truppe iniziò alla sera e continuò, per tutta la notte, su di un terreno insidioso e coperto da uno spesso strato di neve. Il mattino del 25 ottobre circa 1200 uomini raggiunsero, finalmente, l'agognata Sella Prevala e lì si organizzarono per approntare la difesa. Immediatamente, alle prime luci del 26, le truppe austro-ungariche si schierarono in forze contro la Sella Prevala. Ci furono ripetuti attacchi contro le difese italiane, che proseguirono durante tutta la notte, ma gli austriaci non riuscirono ad avere ragione dei difensori della Sella. Nuovamente, la mattina del 27, vennero rinnovati gli assalti contro Sella Prevala e Sella Nevea; ma gli stremati superstiti del Rombon riuscirono a mantenere le posizioni. Poco dopo, però, giunse l'ordine di ripiegare. Fu così che nel pomeriggio, a Sella Nevea, le truppe austriache travolsero le esigue forze di copertura rimaste. I difensori di Sella Prevala, isolati, senza più viveri e munizioni, non potendo più scendere a valle, dovettero ripiegare, con una lunga marcia nella neve fresca, attraverso tutto l'acrocoro del monte Canin in direzione del monte Sart. Gli alpini oltrepassarono la Forchia di Terra Rossa e si radunarono al ricovero militare di sella Buia, la famosa capanna "Margherita". Il 29 ottobre decisero di separarsi: alcuni reparti scesero a Chiusaforte, altri, la maggior parte, presero i sentieri che portavano in Val Resia. Ma era troppo tardi. Infatti, gli austriaci avevano già occupato Stolvizza tagliando così, ai militari italiani, l'ultima possibile via di fuga. Vennero tutti catturati e avviati ai campi di prigionia. All'appello, mancava solo un reparto di alpini che non era mai giunto alle Forchie di Terra Rossa e, tantomeno, all'appuntamento in Sella Buia. Da questo episodio nacque la leggenda del "Battaglione Fantasma". E sono numerose le persone che frequentano il Canin e che giurano di aver visto i fantasmi di quel reparto; altri sostengono di aver udito chiaramente il tipico passo di marcia cadenzato delle truppe alpine durante la notte o nella nebbia.

 

Ci guardiamo increduli; è possibile che sia capitato proprio a me di incontrare il "Battaglione Fantasma" o, forse, più semplicemente ho sognato tutto quanto? Non lo saprò mai.

Toni sembra pensare che il mio racconto sia vero e, battendomi la mano sulla spalla, mi trasmette la sua solidarietà.

 

- Dobbiamo festeggiare questo incontro - ci dice alzandosi da tavola e portandosi dietro il bancone.

 

Ritorna con dei bicchierini di grappa e, levatone uno, propone un brindisi.

 

- Al Battaglione.

 

- Al Battaglione. - ripetiamo.

 

Poi, appoggiato il bicchiere, ci ricorda che, se non ci sbrighiamo, rischiamo di veder partire l'ultima funivia e, vista la mole di materiale che ci portiamo appresso, non è il caso che accada.

Tutte queste storie ci hanno fatto dimenticare, per un momento, la realtà. Scendendo lungo la strada che da Sella Nevea porta a Chiusaforte sono, come al solito, preso dai miei pensieri.

 

Ogni volta che mi allontano dal monte Canin, non posso fare a meno di pensare a quante leggende hanno ispirato questi luoghi fantastici.

 

 

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