Sto percorrendo il tracciato della ex ferrovia, che da Trieste portava a Pola, passando per la Val Rosandra. È un percorso agile ed aereo, che invoglia a far indugiare lo sguardo sul fondovalle e sulla più distante città, che in questa fresca giornata di maggio sembra sonnecchiare tranquillamente nel suo azzurro golfo.
Mi sto recando all'inaugurazione di un ex casello dell'ex ferrovia, trasformato in una sorta di rifugetto per volontà di una madre, che così intende lasciare un tangibile ricordo del figlio ventenne, prematuramente scomparso durante il servizio militare nel corpo degli Alpini. Sono in abbondante anticipo e quindi mi dilungo nella camminata, visitando luoghi che solitamente non frequento perché fuori dai percorsi classici o semplicemente per pura pigrizia.
Da tempo ho ricevuto l'invito da Angelo di scrivere un articolo sul tema della montagna e vorrei accontentarlo. E adesso ho tempo, tanto tempo, anche per pensare. Seduto fuori dalla grotta conosciuta come "Fessura del Vento" mi godo la fresca corrente d'aria che fuoriesce dalla cavità, e intanto scruto, per quel che mi consente la debole luce che filtra tra i rami, se ci sono indizi di attuali frequentatori. No, meglio così.
Mi sistemo lo zaino dietro la schiena. Spero che non venga nessuno a distrarmi dalle mie meditazioni..... .....e se invece, scrivessi qualcosa sul tema "speleologico"? In fondo sono ventotto anni che vado in grotta, argomenti non me ne mancano. Distendo le gambe sotto l'acacia che ombreggia l'ingresso della grotta e chiudo gli occhi. Forse, potrei scrivere sull'intervento di soccorso ai tre cecoslovacchi nell'ottobre del 1987 sul Monte Canin. È stato senz'altro il più pericoloso per i soccorritori. Ma com'era cominciato?....
.....Driiiiiin! "Son Sergio, vien subito in sede, semo in pre-alarme. Zona Canin!" Clik! Sono le cinque del mattino. Pochi minuti dopo, in sede, mi viene spiegata la dinamica del presunto incidente: sei speleologi cecoslovacchi si sono divisi in due squadre per visitare l'abisso Gortani sul Col delle Erbe. Tre sono usciti ieri, ma gli altri non si sono ancora visti. È impossibile entrare nell'abisso a causa del maltempo che si sta abbattendo impietosamente sulla zona e quasi certamente l'acqua che si sta riversando lungo i pozzi ha compromesso l'uscita di questi ultimi. Bisogna assolutamente controllare se si sono fermati (come speriamo) al campo base a -400, in attesa che la portata d'acqua diminuisca o se invece non sono risaliti per altri motivi, più gravi (come temiamo).
Un'ora dopo, sono in zona d'operazione con i compagni della I squadra ed il medico. Assieme a quest'ultimo organizzo il campo base logistico al bivacco DVP e attendo che gli altri della squadra si preparino ad entrare. Nevica e fa molto freddo. Perlomeno non piove. Gli altri, provano ad entrare subito, prima che ricominci a piovere. Speriamo bene.
L'ingresso dista un centinaio di metri dal bivacco e il collegamento viene assicurato tra questo e gli uomini di punta tramite un cavo telefonico con interfono sempre acceso, per cui possiamo seguire la loro discesa minuto per minuto e parola per parola. Non passa molto tempo prima che i soccorritori confermino quello che tutti temevamo. Il corpo del primo cecoslovacco pende senza vita da una corda sulla quale si riversa una notevole cascata d'acqua, poco sotto c'è un suo compagno che disgraziatamente ne ha condiviso la sorte. È senza casco ed il cappuccio della tuta è colmo del sangue che gli esce da una ferita alla testa. Ancora più in basso il terzo esploratore non modifica il tragico copione. Niente da fare, da come appare ora la situazione, non rimane che risalire e tentare il recupero più avanti, quando la portata d'acqua si sarà, almeno in parte, ridotta. Speriamo che il tempo migliori.
La notte sconvolge tutti i nostri piani, oltre che il nostro campo. Una bufera improvvisa strappa le tre tendine che avevamo posizionato come magazzini di fortuna attorno al bivacco. Gran parte del materiale viene sparso dal vento per i karren dell'altopiano e gli sfrattati devono ammassarsi nel bivacco o scendere al rifugio di notte. Scelgono la seconda soluzione.
I recuperi continuano solo il giorno dopo sul tardi e sempre in condizioni al limite della sicurezza. Ogni metro viene guadagnato con enorme sforzo fisico e mentale, l'acqua impedisce di manovrare regolarmente e ad ogni tiro di corda devono venir cambiati i sacchi salma che si lacerano lasciando campo aperto alle insidiose lame d'erosione che come litici rasoi infieriscono sui corpi fradici dei tre sfortunati esploratori dell'Est.
All'esterno le cose non vanno meglio. Nevica, e il nervosismo per il peggioramento atmosferico non aiuta il cameratismo che dovrebbe regnare nell'angusto bivacco. Come se ciò non bastasse, una delle bombole di gas portata dagli speleologi della logistica perde buona parte del suo contenuto durante la notte, trasformando le quattro lamiere nella brutta copia (perché ne esiste una bella?) di una camera a gas.
Fortunatamente il medico si sveglia in tempo per aprire la porta e ridare ossigeno all'ambiente ed ai suoi tre occupanti. Dopo aver vomitato anche l'anima, ricomincia la guerra dei nervi, che termina solo tre giorni dopo, quando l'ultima squadra sbuca alla superficie con i corpi dei tre cecoslovacchi, che provvediamo a seppellire provvisoriamente sotto la neve che circonda l'ingresso dell'abisso.
Il mattino dopo c'è il sole. Caldo, confortante, testimone che è davvero finita. Sento l'elicottero che sale .....
..... sento l'elicottero. Sta giungendo senza fretta, come allora. Non c'era più nessuna fretta. Il fisico aveva reagito al vuoto che ti era rimasto dentro, dopo aver consumato tanta adrenalina, lasciando che il rumore dell'elicottero ti riempisse totalmente, prima dentro e poi, uscendo con un ronzio dalle orecchie, anche fuori. Apro ora gli occhi e la scura forma della libellula meccanica scompare dietro il Monte Carso, lasciando, oltre all'inconfondibile litania del rotore, un ricordo che sfuma. No, forse è meglio non scrivere delle disgrazie altrui, delle infinite tristezze elargite a piene mani dalla vita sia ai soccorritori che ai soccorsi, e più frequentemente ai congiunti dei soccorsi, che rimangono, costretti a ricordare. Meglio, forse, raccontare esperienze alpine più "epiche", come quella volta in Monte Bianco, nell'agosto del 1974 quando fummo colti dalla...
... bufera, maledetta bufera di neve!
Uno riesce a scavare una settimana di ferie sul lavoro, tra mille difficoltà, e poi una bufera qualunque ti rovina il tutto! Non ho tempo per preoccuparmi, sono troppo arrabbiato. E dire che avevamo preparato tutto con la massima cura.
Solo tre giorni fa si fantasticava su questa salita da parte di soci del nostro sodalizio sul "Tetto d'Europa", come chiamavamo pomposamente per l'occasione il Monte Bianco. Definito così, sembrava che "l'impresa" fosse più grande, più vera, più "himalayana". Beata gioventù, quanti ostacoli si superano con la fantasia e con l'entusiasmo così a buon mercato.
Fatto stà che un po' tramite collette, un po' in prestito da altri amici alpinisti, Nonno, Willi ed io eravamo riusciti a raccogliere tutti i materiali necessari per il nostro primo "quattromila". La mitica "millecento D" rossa che ci avrebbe portato a destinazione, era stata gentilmente fornita da mio zio. Partenza pochi giorni dopo ferragosto, tanto per non avere troppa calca per le strade d'oltre Timavo.
L'accampamento in Val Veny, sotto l'Aiguille Noire de Peutérey, è di nostro gradimento, ma veniamo subito adocchiati dalle guide del luogo che vedono in noi dei potenziali clienti. Dopo alcune chiacchiere accompagnate da altrettanti bicchieri di vino, abbiamo un quadro completo della situazione. Le amiche (lo sono diventate nel frattempo) guide, ci consigliano (naturalmente) la salita dalla parte francese, di gran lunga più facile di quella italiana, e ci forniscono anche schemi e consigli, che valgono molto di più dei primi a chi li sa cogliere. La sera ci invitano a vedere alcune diapositive di Giorgio Bertone al "Petit Mont Blanc" e noi accettiamo volentieri, più per il fatto di conoscere tanti alpinisti famosi che vi converranno, che per la proiezione in sè.
Serata memorabile per tre giovani "alpinisti". Serata che doveva inevitabilmente gettare benzina sugli animi già abbondantemente accesi. Due giorni dopo, si passa il traforo del Monte Bianco, con corde, piccozze e ramponi bene in vista, luccicanti biglietti da visita per i militi del confine, che avendone visti passare a migliaia come noi per il valico, non degnano di uno sguardo il materiale, ma ci ammoniscono di "non creare casini al Soccorso Alpino". Cominciamo bene!
Sebbene profondamente offesi nell'orgoglio proseguiamo imperterriti. Les Houches, funivia, la Bellevue, ciuff, ciuff, il Nido d'aquila. Arrivo. Scendiamo dal pittoresco trenino ed alziamo lo sguardo verso il monte. Con il dito inguantato, indico ai miei compagni una vetta che non si vede, e per il nuvolone che ci sovrasta, e per la prospettiva che anche con il bel tempo non permette di individuarla da quel punto. Mont Blanc. Saliamo estasiati verso la prima meta del nostro itinerario: il rifugio Tête Rouge. Già in fase di avvicinamento, cominciano le prime avvisaglie di maltempo. Le piccozze cominciano a sfrigolare e i capelli a drizzarsi.
- No eh! Non puoi farci una cosa simile! - grido a qualcuno molto in alto.
Ma nel rumore della tormenta, o non mi sente, o è distratto, e continua a spargere sale sulle nostre ferite. Il rifugio è in vista. Affrettiamo il passo ed entriamo nel suo stupendo tepore, giusto in tempo per beccarci le francomaledizioni del gestore, che chiude con un salto stambecchiano la porta alle nostre spalle. Breve conciliabolo, conta come usurai incalliti delle magre sostanze sociali. Pernottamento. Sonno. Domani sarà una giornata stupenda! Deciso. Approvato.
Non occorreva essere Nostradamus per prevedere il peggio, ma la testardaggine è una delle qualità più spiccate in un giovane che si è sorbito settecento chilometri per salire in vetta al Monte Bianco. Così alla mattina dopo aver saltato una fragrante colazione, tre alpinisti in erba si fiondano, petto alle pallottole, nella bufera, intenzionati a raggiungere la seconda meta, prima del balzo finale; il rifugio Goûter, abbarbicato sul Dôme omomino. Stretti i denti, impugnata la piccozza, allacciati i ramponi, chiusa la giacca a vento, inforcati gli occhiali da neve, affrontiamo i primi cento metri di cresta.
La visibilità è nulla, mi volto cercando con lo sguardo il rifugio appena lasciato e vedo a malapena i compagni in cordata dietro di me con i berretti e capelli già incrostati da uno strato di ghiaccio. Mi tocco la barba e la sento scricchiolare, una piccola stalattite con buffe radici pelose mi rimane nel palmo del guanto: Caporetto su tutti i fronti!
In rifugio non si torna, ci faremmo ridere dai presenti, dopo che ci avevano sconsigliato di salire. Quindi si scende. Si scende. Si. Per dove? Ma in discesa naturalmente. Vedo chiaramente che non ho convinto i miei compagni. Basta Caporetto. Waterloo è più appropriato. Mentre torniamo verso il rifugio, inciampando frequentemente nella coda tra le gambe, la porta di questo si apre ed escono una dozzina di alpinistoni tedeschi (grandi e grossi) e due alpinistini inglesi (piccoli e magri) che ci sorridono e ci invitano a scendere con loro. Accettiamo di buon grado. Nonostante questo, trovare il passaggio chiave per scendere alla stazione della trenovia è una impresa ardua pur essendo in diciassette, ma ci viene in aiuto l'ovattato tintinnio della campana del trenino del Monte Bianco, che inconsciamente ci segnala la sua presenza e la giusta direzione da seguire.
Arrivati alla stazioncina, ci abbracciamo l'un l'altro saltellando sulle rotaie congelate, un po' per la felicità e tanto per scaldarci le gambe e i piedi congelati al pari delle summenzionate rotaie. Osservando il trenino, riparato sotto l'artistica tettoia di legno, vedo che è in gran parte stretto in una morsa di ghiaccio, eppure la campanella posta sopra il muso è libera dal gelo e continua a ciondolare pigramente . Mi piace questo suo dialogare con il mondo attraverso un suono cristallino e confortevole contemporaneamente. La tocco, e ci lascio un po' di pelle sopra. Poca per fortuna. Din.....
.....Don. Qualcuno sta suonando la campana della chiesetta di Santa Maria in Siaris, sul versante opposto della Valle... è la seconda coincidenza in pochi minuti. Anche se il suono è ben diverso da quello che ci ha guidato in Monte Bianco, ha comunque un suo fascino. Più mistico, più religioso, più profondo ... più solenne. Ricorda amici di arrampicata, maestri severi e allievi attenti, tempi passati e gloriosi, tempi in cui l'alpinismo era una fede e non uno sport, tempi in cui la montagna era un'amica e non una rivale, tempi di ricordi. Mi sovviene l'aneddoto riportato più volte nei suoi scritti da Spiro Dalla Porta Xidias, dell'alpinista francese Pierre Mazeaud, che, giunto al cospetto della Valle, le rese omaggio, inchinandosi come un cavaliere antico. Mi piace ricordarlo. Apro un occhio e vedo la chiesetta trecentesca, massiccia pur se minuta, che elargisce ombra e frescura ai colorati gitanti che ne circondano il perimetro. Antica stazione per processioni di penitenti, nuova meta per frotte di gitanti festaioli e chiassosi. E di tanto in tanto, bersaglio di bande di teppisti. Un bambino, mi sembra di capire da qui, suona ancora la campana. Don. Un suono secco, che mi riporta in vetta al.....
.....Campanile di Val Montanaia. Quanto avevo sognato questo momento!
Trovarmi faccia a faccia con un simile monumento della natura è parzialmente intristito dal vuoto lasciato da Elio, che doveva essere della partita. Ci ha lasciati, cadendo sulle pareti della nostra Valle all'inizio dell'anno, a soli diciannove anni. Gli sarebbe piaciuto salire questo mostro pauroso, che, nonostante il suo aspetto minaccioso, emana un'attrazione magnetica capace di rapire ed affascinare ogni alpinista che rispetti la natura.
Amato, scritto, disegnato, fotografato e salito da generazioni di rocciatori, che attraverso i suoi appigli, ora lucidi, siglavano un passaggio obbligato della propria attività alpinistica.
- Non hai mai salito il Campanile? Allora non sei un rocciatore!
Monotono ritornello che si sentiva da sempre nell'ambiente.
Adesso, questa "pietrificazione dell'urlo di un dannato", come definito da Napoleone Cozzi, è finalmente nel mio campo d'azione. Prima salita da capocordata, con un compagno alla sua prima esperienza in montagna, e l'altro, invisibile, eppure tanto presente.
Ci precede una cordata di mestrini, tre alpinisti da ferrata, giudico senza pensare, sono cordiali e mattacchioni, ma non manca qualche frecciatina sulla nostra giovane età. Finalmente partono e sotto, al riparo da eventuali cadute di pietre, attendiamo non tanto pazientemente che portino a termine almeno due tiri di corda prima di iniziare, a nostra volta, la salita. Controllo per la ...esima volta il materiale che indosso, uno strizzo d'occhio al compagno e via. L'avventura comincia.
Subito dopo aver percorso i primi metri, noto con piacere che la tensione nervosa è rimasta sul terrazzino di partenza. Mi fa pensare ad un vecchio alpinista amico di mio padre che soleva dire:
- Quando arrampichi, la paura lasciala alla base della parete, ma la prudenza tienila sempre nello zaino.
OK Gigi. Farò così. Niente esaltazioni. Primo tiro di corda. Primo terrazzino. Primo ancoraggio. Primo recupero del compagno. È tutto primo! Dovrò ripetere questo rituale per altre otto volte. Ma questo è il primo. Il più importante. Se qui va bene tutto, anche il resto seguirà a ruota. Invece non è così. Gianni mi raggiunge con difficoltà. Non è abituato allo zaino e fatica a mantenere l'equilibrio.
Il secondo tiro di corda mi vede con lo zaino addosso. Nessun problema, ce la faccio meglio di quanto avessi pensato. Arriviamo così senza troppe difficoltà alla "fessura Glanwell" e qui il passaggio strapiombante, pur se ben appigliato, si fa più arduo a causa dello zaino. Non riesco ad entrare nello stretto camino e devo salire tenendo le braccia contrapposte all'interno della fessura ed il resto del corpo appeso fuori. È una faticaccia del diavolo, ma passo, e mando una voce al compagno, che mi raggiunge abbastanza agevolmente. Siamo sulla grande cengia.
Ormai è fatta.
Guardo verso l'alto e vedo i mestrini che attaccano l'ultimo tiro di corda prima della vetta.
- La parte più facile, terzo grado! - dico convinto a Gianni.
- Aspettiamo che arrivino in vetta, prima di muoverci. - mi consiglia prudentemente l'amico.
- Perché?
E sono già in parete, prima che riesca ad armare la sicura. Dopo pochi metri il segnale temuto da Gianni.
- Sassiiii!!!.
La scarica mi passa miracolosamente sopra, ma un sasso ritardatario riesce a centrarmi la spalla destra con rumore secco. Pack! Ecco fatto! Gianni mi chiede come va. Gli rispondo che stavo meglio prima.
- Te fa sempre el mona! - conclude sorridendo.
Invece mi fa veramente male, ma non tanto da impedirmi di continuare a salire. La cinghia imbottita dello zaino ha attutito parzialmente il colpo e poi basta tenere la parte in movimento ed il muscolo continua a lavorare.
Penosa autoconvinzione, che mi accompagna fino in vetta, dove per nostra fortuna troviamo la cordata precedente già intenta ad armare la discesa. Come arriva Gianni, i tre salutano e scendono. Lasciamo che completino la loro manovra: la corda scivola dall'ancoraggio e sparisce serpeggiando di sotto, seguita da una manciata di sassolini. Piccoli per fortuna loro. Gianni mi indica la campana. Sopra, il motto latino "Audentis resonant per me loca muta triumpho". ("Suona per il trionfo di chi osa"). Mi viene in mente il titolo di un libro di Lionel Terray: "I Conquistatori dell'inutile"
- Per Elio. - aggiunge.
- Per Elio. - confermo.
...dell'inutile...
Don, Don, Don...
...Dlin, Dlin, Dlin. La campanella del neo rifugio avvisa amici e invitati che tra breve ci sarà l'inaugurazione. Mi stacco un po' controvoglia dai miei ricordi. Mi sono riposato, ho dato spazio a dei ricordi, ma in definitiva ho mancato al mio proposito. Non ho prodotto niente per l'articolo. Mi avvio all'appuntamento, sistemando bene lo zaino sulla schiena. Oltre alla vegetazione intravedo un andirivieni di penne nere. Alcune sono bianche. Dopo andrò ad arrampicare. E l'articolo? Pazienza. Vuol dire che per questa volta non scriverò niente.

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