Trebich, 6 aprile 1841 - di Franco Gherlizza

Mio caro padre,

 

ricordi cosa ti avevo preannunciato, la scorsa settimana, nella mia lettera? Ebbene, la possibilità di trovare il corso sotterraneo della Recca si è rivelata essere una tangibile realtà. Ma lascia che ti racconti come si sono effettuate queste ultime scoperte.

 

Ier sera, verso le 6 pomeridiane, il caposquadra minatore del secondo turno, Luca Kral, era risalito alla superficie e si era immediatamente precipitato nella tenda dell'Ingegner Antonio Lindner. Avevo subito notato l'euforia che si sprigionava dal suo volto ed anco non mi era sfuggita quell'aria di sorniona complicità che i suoi occhi esprimevano. Così, recando meco l'altro caposquadra, Antonio Arich, mi ero avvicinato al tendone-quartier generale dell'Ill.mo Signor Lindner giusto in tempo per sentire Luca Kral concludere la frase "...ed ho sentito un romore sordo, un romore assai simile a quello di un gran volume d'acqua che scorre!". "Dove? A quale profondità?" aveva chiesto immediatamente l'Ingegnere. "Con dovizia di precisione non potrei giurarlo, signore." aveva risposto il minatore "Ma penso che il punto oggi da me raggiunto si trovi, all'incirca, oltre i 100 Klafter dal foro dell'ingresso". "Signor Kral, cosa può aggiungere di ragguardevole a quanto da Lei ora esposto?" aveva continuato, con voce rotta dalla speranza, il Signor Lindner. "Non profferisco alcun pensiero se non quello che la mia esperienza e la mia coscienza mi permettono di azzardare e cioè che, in quell'oscurità su cui poc'anzi mi sono affacciato, scorra effettivamente un rivo d'acqua, e di non poca portata". "Bene," aveva concluso con un sospiro il Signor Lindner congedando il minatore capo "Domani mattina Dio sarà testimone se i miei calcoli erano esatti o se ho miseramente fallito nell'impresa. La prego, signor Kral, dia disposizione che una prima squadra si trovi pronta alle 6 antimeridiane precise innanzi all'ingresso. Gradirei che fosse Lei stesso a scegliere gli uomini".

Prima d'uscire, Luca Kral si era rivolto molto rispettosamente all'Ingegnere e gli aveva chiesto se sarebbe stato possibile, per lui, essere tra quelli che si sarebbero inabissati. "Sono disposto a coprire tutti e due i turni pur di non mancare all'incontro con la Recca sotterranea" aveva concluso il minatore, e il Signor Lindner gli aveva risposto: "Ci contavo, Signor Kral, grazie!". Dopodichè, uscito che fu dalla tenda, si accorse immantinente di noi e, ancor più, della nostra goffa manovra nell'evitare d'esser sorpresi come fantesche use ad origliare.

 

Fattoci cenno di preservare il silenzio ci aveva indicato di seguirlo. Come ben sai Luca Kral e Antonio Arich sono legati da profonda amicizia. Tra loro non vi sono nè segreti nè invidie e ambedue sono dei valenti minatori e provetti "grottenarbeiter".

 

Nonostante avessimo già appreso gran parte dalla nostra postazione dietro la tenda, egli ci narrò nuovamente quanto detto al Signor Ingegnere, trasmettendoci in più una sorta di fanciullesca euforia per l'esplorazione che avremmo condotto il giorno seguente. Credo che nessuno di noi abbia goduto di un giusto sonno la scorsa notte. All'alba eravamo pronti come soldatesca croata alla distribuzione del rancio. Alle ore 6, entrammo.

 

La squadra era composta soltanto da noi tre; ognuno portava una scala di corda lunga all'incirca 10 Klafter più alcuni grossi chiodi da infiggere nella parete con il pesante martello che, per nostra fortuna trovavasi già sul fondo dell'ultimo pozzo. Dopo un'ora la prima squadra ci avrebbe seguito con altro materiale e con numerose torce di riserva.

 

Disceso il primo pozzo, profondo solo 2 Klafter, entrammo nel basso pertugio, aperto colle mine, che porta ai pozzi un po' più profondi che dopo 48 Klafter ci fecero sortire ad una bella caverna con due diramazioni nella quale rinvenemmo degli stalattiti bellissimi. Da questa caverna risalimmo la parete rocciosa per 4 Klafter e, dove è stato rotto lo scoglio, ci sprofondammo per un altro pozzo naturale, piuttosto stretto, profondo, questa volta, 22 Klafter. A questo tratto segue una crepatura, vinta anch'essa colle mine. Questo cunicolo è così angusto che dovemmo moverci sulla pancia per raggiungere la successiva perpendicolare, alta ben 32 Klafter, nella quale scompare oscillando la scala a corda assicurata, con debita perizia, ad un grosso chiodo sito all'apice del pozzo.

 

Fino a questo punto, come certamente ricorderai, io mi era già posto, per conto della Civica Ispezione Edile, lo scorso 9 Marzo 1841. Devo confessarti che in generale la discesa riesce assai faticosa. Chi non è avvezzo a questo tipo di mestiere deve fare i conti con dei cunicoli che talvolta sono così stretti che una persona di mediocre corporatura con istento vi riesce il passo laddove una persona di altezza oltre la media non ha sufficiente spazio per movere gli arti.

 

Le scale sono perlopiù fuori piombo e hanno i piuoli a troppa distanza l'uno dall'altro; ne consegue che tutto il peso della persona è affidato alla forza delle braccia. Se si aggiunge a tutto ciò l'umido e lo stillicidio che fanno sdrucciolare mani e piedi il quadro che ne esce è alquanto periglioso (se non si addottano alcune dotte precauzioni quale quella di cingersi la vita con una fune soprattutto nei pozzi ove la scala scende affatto isolata nel vuoto e la sua estremità inferiore non è manco infissa nella terra). Ma non devi temere, noi tutti siamo d'animo coraggioso e immuni dalla vertigine e, dal momento che leggerai questa mia, mi saprai in superficie, al sicuro.

 

Ma basta con le mie divagazioni e faccio tosto ritorno all'esplorazione. Dalla base di quel largo pozzo, la corrente d'aria ci trasmise un romore sordo e subito ci ponemmo in silenzio ad ascoltare rapiti quell'agognato suono. Restammo a lungo in ascolto immaginando lo scenario che avremmo potuto vedere d'un tratto. Luca Kral ci riscosse dal nostro rapimento e partimmo al fondo del susseguente pozzo dove rilevammo, con non poca inquietitudine, che sulle sporgenze rocciose stavasi depositato uno spesso strato di fangosa melma. Ancora pochi Klafter di discesa e giungemmo all'apertura, ultimo fronte dell'esplorazione del giorno precedente. Antonio Arich si attivò subitamente per chiodare la parete con il martello che io stesso raccolsi poco distante.

 

La massa sassosa, così battuta col martello, mandava un'odore fetido che sentiva di pece. Alcuni minuti dopo, mentre l'eco dei colpi riecheggiava ancora nell'orrido vuoto, vanamente illuminato dalle nostre povere candele, srotolammo la prima scala nella sottostante incognita.

Luca Kral ed io accompagnammo per lungo tratto il nostro compagno saldamente cinto ai fianchi colla fune, poi, ad un suo vociare, lo tirammo seco. Dovemmo aggiungere un'altra scala alla precedente. Un nuovo coraggioso tentativo venne ripetuto da Luca Kral, ma anche questa volta la scala risultò corta e dovemmo ritirare il nostro ardimentoso compagno che ci confidò di aver angosciosamente penzolato nel vuoto più assoluto nell'ultimo tratto di scala. Il terzo tentativo toccò al sottoscritto. La scala giungeva, appena sfiorando, un cumulo sabbioso ed io vi posi piede per primo con le lacrime agli occhi.

 

Mi guardai attorno, ma la luce della mia candela non chiariva che un infinitesimo spazio in quella fitta tenebra. Tu non ci crederai, padre, ma ero paralizzato dall'angoscia. Nelle mie orecchie giungevano romori paurosi e, deglutito il timore (o forse la paura), mi risolsi a dare una voce ai miei compagni più per il desiderio di avere compagnia che per quello di proseguire nella sotterranea avventura. Li sentii per un tratto borbottare e poi nella fioca luce ne escì una figura che stentai a riconoscere sino al momento che non m'ebbe raggiunto.

 

Era Luca Kral che, giuocatosi il turno a morra coll'Arich, aveva vinto l'onore d'essere il secondo ad inabissarsi. Arrischiando la discesa senza l'ausilio della sicurezza, anche Antonio Arich ci raggiunse sulla base ripiena di sabbia ammonticchiata. Rimanemmo in uno piccolo spazio di luce a contemplare il nulla.

 

A noi giungeva il sordo romore del fiume. Ma dove si nascondeva quel novello Stige? Quali meraviglie o quali tremende prove ci attendevano ora? Ora che lo so, ne traggo sollievo, ma sino ad allora mi erano sconosciute. Scusami se divago ancora un po', ma per farti capire a quale profondità ci siamo trovati devo usare dei paragoni.

 

Ricordi quando siamo stati a Vienna con la mamma e ci siamo fermati, meravigliati ed estasiati, innanzi al campanile di Santo Stefano? Ebbene quel campanile, se la memoria non mi falla, è alto poco più di 74 Klafter. Immagina di salirlo sino alla cima e, quando finalmente l'hai raggiunta, ti ritrovi il medesimo campanile che s'innalza pel medesimo tratto ai tuoi occhi. Ecco, questa è la perpendicolare che noi percorremmo nella discesa e che dovemmo percorrere poi in salita per rivedere la luce del dì.

 

Ritorno alla grotta. A quel punto saremmo stati suppergiù a 150 Klafter di profondità e la distesa sabbiosa innanzi a noi non dava cenno di finire. Iniziammo la discesa verso il romore dell'acqua. Dapprima vi trovammo solo sabbie, poi l'argilla e quindi ci si parò innanzi un caos selvaggio di frantumi colossali di roccia. Tra gli interstizî di questi rinvenemmo numerosi pezzetti di legno ed anco tracce di altri vegetabili che qui si sono in gran parte macerati dopo che il fiume li ha depositati al loro destino. Poco più sotto il violento scorrere di una grand'acqua ci cagionò qualche brivido. E, finalmente, eccola baluginare ai nostri piedi!

Visione spaventevole e tutt'altro che romantica che nulla ha da competere con la bellezza del fiume che scorre libero in superficie, ma piuttosto lugubre ambasciatore del regno di Plutone. Le nostre scarne illuminazioni non ci permettevano che pochi passi di vista e così Luca Kral, tratto un sasso, lo lanciò verso l'ignoto. Dopo un momento esso cadde con un tonfo nell'acqua. Fu la volta dell'Arich che ne lanciò uno con maggior vigore ed anche questo cadde nell'oscuro liquido. Quello che ne seguì fu un vero e proprio bombardamento verso il nero orifizio liquido e benchè ponessimo accuratezza e grande forza fisica nel lancio dei sassi nessuno di questi giunse ad alcunchè di solido, tutti invariatamente, caddero con monotono tonfo nell'acqua. Innanzi a noi doveva giocoforza giacere una gran distesa d'acqua.

 

Cominciammo a seguire il percorso del fiume che scorre da Levante verso Ponente. Per un tratto camminammo tra dei massi dalla superficie scabra dove dovemmo porre molta attenzione a non procurarci abrasioni o ferite e, tutt'altro che facile a farsi, a non lesionarci le preziose calzature. Poi, ad un tratto il vano si restrinse e ci venne possibile calcare il fiume passando sovra dei piccoli rottami di roccia ove era difficoltoso mantenere l'equilibrio a cagione della loro levigatezza e, ancor più, di una sorta di epidermide nera che al tatto ed anco all'olfatto colora ed odora di pece. Tentammo senza fortuna di mondarci le mani da questa sgradevole patina e proseguimmo il nostro andare verso l'ignoto.

 

Un vasto bacino d'acqua, al pari di quello principiamente incontrato, ci sbarrò il passo e ci venne impossibile il sondaggio colle pietre perchè il luogo era ovunque costituito dall'argilla molle. Lanciammo perciò alcune pallottole di mota, ma il risultato non ci fece chiarezza.

Risalimmo con fatica la china sabbiosa e, dall'alto, ripetemmo la prova del lancio di proietti fangosi nel sottostante vuoto. Personalmente, ritengo che la cavità ponga in questo luogo la sua parte terminale, e ciò mi viene d'affermare a cagione de' spaventevoli gorgoglii (nella mia mente mi riportavano alle omeriche Scilla e Cariddi), che s'udivano nel buio baratro ai nostri piedi.

Risolvemmo di ritornare alla base dell'ultima scala ove ci saremmo posti in paziente attesa degli altri compagni che, carichi d'altri materiali, sarebbero giunti di lì a poco. Quando arrivarono ci sommersero di domande, ma noi rispondemmo, in tutta sincerità, che l'acqua sì si trovava circa a 40 Klafter dalla nostra postazione, ma non avevamo barlume d'idea sull'estensione del bacino d'acqua. Una dozzina di operai discese cancellando le nostre primarie impronte sulla china sabbiosa e noi seguimmo con rinnovata curiosità l'infernale chiarore delle loro torce che adesso davano miglior visione di quanto avessimo potuto sperare. Seguimmo con occhi avidi quelle sinuose ombre che, a tratti, ci rendevano giustizia rivelandoci pareti e anfratti prima mai visti.

All'eco di giubilo dei nostri compagni fece coro quello di noi che, privilegiati dalla nostra posizione sulla sommità della montagna sabbiosa, potemmo vedere un grande lago d'acqua nera nell'angolo di Levante dell'immensa caverna.

 

Fu in quel momento che capii l'importanza della scoperta testè effettuata, per nostro mezzo, dall'illustre Signor Antonio Federico Lindner.

 

Risolvemmo che fosse di precipua importanza precipitarci sulle scale per rendergli edotta ogni cosa. Raccolte le forze, iniziammo la faticosa salita e sorreggendoci l'un l'altro con fatti e con parole ne escimmo dopo all'incirca 1 ora e ½. Con mia somma sorpresa non trovai ad attenderci, trepidante d'apprendere la buona novella, il Signor Lindner (seppi in seguito che s'era recato, di buon mattino, presso l'Ufficio del Magistrato Civico di Trieste a perorare l'evasione della sua domanda di contributi per il prosieguo delle ricerche).

 

Non ricordo se te l'avevo già confidato, ma tutti gli oneri finanziari dell'impresa sono sempre stati a totale carico del Signor Lindner che, per sovvenzionare l'opera di escavo, impegna il suo personale patrimonio in parte derivato dallo stipendio di dipendente dell'I. R. Zecca.

Restammo per un momento delusi. Poi sedemmo tutti e tre all'ombra d'un querciolo e discorremmo pacatamente. Io ero ancora eccitato dalla scoperta e anelavo al momento in cui avrei riferito tutto al Signor Lindner raccontando le forti impressioni che, con dovizia di particolari, s'erano impresse a foco nella mia mente. M'accorsi che i miei compagni erano silenti e preoccupati, come se qualcosa guastasse i loro pensieri. Azzardai a chiedere che cosa li turbasse.

 

Dopo ponderato silenzio il Signor Kral mi si rivolse con voce pacata: "Voi, Signor Svettina, avete oggi vissuta una grande avventura, avete calcato il Fiume Recca e vi apprestate a renderne doverosa notizia al Magistrato Civico. Dopodichè ritornerete al vostro uffizio di Civico Fontaniere giustamente gratificato pel vostro buon lavoro.

 

Ma noi, il Signor Arich, io, parimenti a tutti gli altri operai verremo sì ricompensati per le nostre prestazioni ma, ricevuto che avremmo questo benedetto e, credetemi, sudato stipendio, non troveremo un lavoro sicuro ad attenderci altrove. Se, al caro Signor Lindner, non verrà accolta la supplica per il sussidio dei lavori per noi e per le nostre famiglie il futuro sarà alquanto incerto".

 

Il Signor Kral piegò lentamente il capo sul petto, sospirò profondamente, poi chiuse gli occhi e ristette in silenzio immerso nei suoi affanni. Guardai entrambi con disagio, senza osar profferir parola, rispettando i loro giustificati timori.

 

Devi credermi, padre, d'un tratto non ho più alcuna fretta di raccontare al mondo la meravigliosa notizia che, nell'imo della Grotta di Trebich, abbiamo scoperto il corso sotterraneo del Fiume Recca.

 

Con affetto, tuo Giacomo

 

Fin dalle prime origini l'uomo ha sempre raccontato le sue gesta attorno al fuoco, tramandando così tradizioni e leggende

 

 

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